(Dis)avventure principesche
Bene o male, l’importante è che se ne parli, ma quando la situazione sfugge di mano, degenera e va fuori controllo come avvenuto nel caso di Biancaneve, si finisce con il dimenticare qual è il nocciolo della questione, spostando l’attenzione dall’analisi di un film, con meriti e demeriti annessi, alla polemica sterile, inutile e fine a se stessa. Nel caso del remake in live-action che Marc Webb ha realizzato della classica fiaba Disney del 1937 se n’è parlato abbondantemente e con larghissimo anticipo rispetto all’uscita nelle sale, la cui data in Italia era stata fissata al 20 marzo 2025. Sulla scia delle critiche legate alla scelta dell’attrice chiamata per dare corpo e voce al personaggio della principessa, ossia Rachel Zegler (che il pubblico ricorderà nel West Side Story spielberghiano), alle sue origini colombiane e al colore della pelle che non rispecchiavano l’immaginario e l’iconografia della figura resa celebre dai fratelli Grimm (come era accaduto anche per la recente rivisitazione de La sirenetta), alle quali si sono andate ad aggiungere le dichiarazioni polemiche di quest’ultima in merito ad alcuni personaggi e dettagli della trama, l’attenzione si è spostata su aspetti che non riguardano questioni tecniche e artistiche. Nient’altro che chiacchiere da bar alle quali noi di Cineclandestino non intendiamo dare seguito e alimentare ulteriormente. Motivo per cui ci concentreremo sull’opera in questione come da mission.
La pellicola di Webb è solo l’ultimo dei tanti adattamenti di Biancaneve che che si sono succeduti nel corso degli anni sul grande e piccolo schermo alle diverse latitudini. Questi hanno esplorato la storia in modo unico, mescolando elementi della matrice con innovazioni creative, tanto da rendere ogni titolo un’opera a sé stante. Da Disney a reinterpretazioni più moderne, si è passati per l’animazione, l’action, il teen-movie, le parodie e persino per pruriginose versioni erotiche, a dimostrazione di quanto la fiaba non tramonti mai. Rispetto agli ultimi tentativi firmati da Tarsem Singh (Biancaneve), Rupert Sanders (Biancaneve e il cacciatore) e Pablo Berger (Blancanieves), il regista statunitense e il suo team di sceneggiatori hanno scelto di attenersi quasi fedelmente alla trama e ai temi principali del classico, che restano dunque pressoché invariati. Il ché non richiede nessun reminder, poiché la morale, le argomentazioni trattate, la storia e coloro che la popolano, Regina Cattiva, specchio, principe e sette nani compresi, sono tutti ben noti, trasmessi di generazione in generazione. Di conseguenza pronunciarsi su di essi, al netto di qualche assestamento e cambiamento qua e là più o meno condivisibile, serve a poco. Lo script segue pedissequamente la vicenda originale, ecco perché la lente d’ingrandimento analitica per portare a termine il proprio compito deve andarsi a collocare sulla confezione tecnica e visiva.
Sul versante del musical, le cose migliori arrivano dalle nuove canzoni originali composte da Benj Pasek e Justin Paul, meno dalla componente danzeresca con la regia che a giudicare dall’utilizzo che se n’è voluto fare non pare aver voluto puntare su elaborate e spettacolari coreografie, limitandosi a scene di ballo di massa piuttosto semplici. Il Biancaneve di Webb purtroppo non riesce a rievocare lo spirito e l’essenza del modello animato, raffreddati dalla carnalità della natura live-action, in cui la CGI riveste un ruolo predominante. A mancare è la magia che sprigionava e avvolgeva il tutto, che qui viene meno per fare spazio alla precisione e alla bellezza artificiale della computer grafica che ha partorito anche l’allegra e pasticciona brigata dei sette nani, oltre a tutto il mondo che fa da cornice alle (dis)avventure familiari, sociali e sentimentali della principessa. La Zegler e Gal Gadot dal canto loro, nei panni di Biancaneve e della matrigna, offrono delle interpretazioni che si adattano agli standard altalenanti raggiunti dal film.
Francesco Del Grosso









