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Sauvages

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VOTO: 8,5

A passo uno, contro la deforestazione

Nel ricco menu della “Spring Edition” di Cinema Svizzero a Venezia si è trovato spazio anche per l’animazione e questo ci rende molto felici. A rappresentare tale forma espressiva in questa 14esima edizione del festival, per giunta, è un autore a noi molto caro: Claude Barras, tornato alla regia di un lungometraggio nel 2024 ovvero 8 anni dopo La mia vita da Zucchina, il film che ce lo fece conoscere.
Nel precedente lavoro, titolo originale Ma vie de courgette (tradotto poi con assoluta fedeltà in italiano), l’elemento così iconico della lattina di birra vuota diventava l’emblema di profondi malesseri famigliari nonché del disagio sperimentato da Zucchina, questo il soprannome del piccolo protagonista, ragazzino con un padre assente e con l’ormai consolidata abitudine di doversi difendere dagli scatti d’ira della madre, donna abbrutita dalla solitudine e dall’alcol. Le tante lattine vuote si configuravano quindi quale metonimica rappresentazione di tale debacle famigliare. Ma un tragico incidente faceva sì che Zucchina venisse presto schiaffato in una struttura per ragazzi problematici, dove la sua storia si sarebbe poi intrecciata con quella di molti altri. E anche il valore simbolico di una delle lattine, divenuto ricordo tangibile della madre, ne veniva in tal modo riaffermato.
Di questo lungometraggio d’esordio il più recente Sauvages pare riprendere sia l’interesse per l’adolescenza, quale cruciale momento di formazione, sia la dedizione pressoché totale a un’animazione a passo uno curatissima sotto ogni aspetto. Ma con ambizioni narrative adesso persino più alte. In questa co-produzione tra Svizzera, Belgio e Francia l’esotica avventura rappresentata, dall’evidente e condivisibile spirito ambientalista, vede infatti protagonisti piccoli, coraggiosissimi eroi (sia umani che cuccioli) impegnati a difendere le foreste del Borneo e i suoi abitanti dallo sfruttamento delle più avide multinazionali.
Lodevole il fatto che tra i personaggi principali vi siano sia rappresentanti delle culture indigene sia elementi della fauna locale: primati, rettili, anfibi, pantere, tucani, maiali selvatici. E il crudele gesto degli uomini in divisa cui deve assistere proprio all’inizio una tenera scimmietta non può che ricordare una scena assai famosa, che ha segnato intere generazioni, come la morte della madre di Bambi.
Non mancano del resto situazioni drammatiche in Sauvages; compensate però da un narratore attento e appassionato come Claude Barras attraverso il ricorso a divertenti siparietti umoristici, vedi ad esempio l’anziano indigeno con una suoneria rock sul cellulare, come pure tramite i ripetuti inviti a non mollare mai, a portare avanti battaglie civili e sociali giuste anche quando lo strapotere della multinazionale di turno pare inarrestabile.
Non a caso questa coloratissima fiaba ecologica (deliziosi non soltanto i pupazzi realizzati per il film, ma anche gli sgargianti fondali della foresta) da un lato tiene viva la memoria dell’ambientalista e difensore dei diritti umani svizzero Bruno Manser, che visse con la tribù dei Penan in Malaysia dal 1984 al 1990, dall’altro mostra una certa contiguità con analoghe lotte (e analoghe rappresentazioni filmiche) poste a ridosso di una Foresta Amazzonica altrettanto in pericolo; al pari dei suoi abitanti, quegli indios perseguitati, cacciati dalle loro terre e spesso anche massacrati, purtroppo, che sono finiti al centro di tante narrazioni cinematografiche, letterarie e giornalistiche. Per tutte ne vogliamo ricordare almeno una, che consideriamo tra le più significative: La terra degli uomini rossi – Birdwatchers (2008) di Marco Bechis.

Stefano Coccia

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