Balloon

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Vai col vento

In un secolo e passa sul grande schermo di fughe per la libertà spericolate, più o meno rocambolesche e al limite dell’impossibile, ne abbiamo viste a migliaia. Almeno la metà di queste non sono però il frutto dell’immaginazione dello sceneggiatore di turno, ma le cronache più o meno fedeli, romanzate o liberamente ispirate a gesta che per la loro eccezionalità non potevano non essere raccontate, per rendere il doveroso omaggio a chi, con ostinazione e coraggio, è riuscito a portarle a termine. Così al di là dell’epica e della spettacolarità, ma anche dell’enorme sacrificio e della sofferenza in termini di prezzo da pagare per coloro che le hanno compiute, i film in questione sono diventati, indipendentemente dai meriti o dai demeriti cinematografici, veri e propri documenti da trasmettere a futura memoria per non dimenticare chi ha lottato per riconquistare quella libertà negata a vari livelli.
In tal senso, Balloon mostra come l’impossibile smette di essere tale quando Davide decide di sfidare Golia e lo fa riportando alla luce una di quelle imprese umane che non troverete di certo nei libri di Storia, alle quali si fa fatica a credere, ma che sono realmente accadute. La pellicola di Michael Bully Herbig, presentata tra le “Anteprime Internazionali” della decima edizione del Bif&st con una manciata di mesi di anticipo rispetto all’uscita nelle sale nostrane con Lucky Red, riavvolge le lancette dell’orologio sino all’estate del 1979, per la precisione al 16 settembre, giorno in cui le famiglie Strelzyk e Wetzel fuggirono dalla Germania Est alla Germania Ovest su una mongolfiera che si erano costruite artigianalmente. Protetti dall’oscurità notturna, quattro adulti e quattro bambini decollarono da una zona boschiva tra Heinersdorf e Oberlemnitz, superarono in volo il confine tra le due Germanie e, dopo aver percorso 18 chilometri in 28 minuti, atterrarono in un campo vicino alla cittadina di Naila, nella Franconia orientale. Questo però è solo l’ultimo atto di un’autentica odissea che ha del leggendario per come si è positivamente conclusa. Prima, infatti, si contano una serie di altri tentativi di fuga da parte dei protagonisti che non hanno avuto lo stesso risultato, tra cui il primo che ha messo seriamente in pericolo le loro vite, con la mongolfiera che si andò a schiantare al suolo a pochissimi metri dall’agognato confine. Ciò fece scattare immediatamente un’indagine a tappeto da parte della Stasi, che costrinse le due famiglie a costruire una nuova mongolfiera, dando il via a un’estenuante corsa contro il tempo…
A molti cinefili questa vicenda ricorderà sicuramente qualcosa ed è giusto che sia così, perché prima del cineasta e attore tedesco a occuparsene è stato il collega statunitense Delbert Mann che nel 1982, con la complicità della Walt Disney Pictures, realizzò Night Crossing. A distanza di trentasei anni da quella prima trasposizione, il plot è pressoché rimasto invariato, con le fasi che dalla progettazione di una delle fughe più temerarie della Guerra Fredda portarono alla sua messa in atto, che hanno nuovamente segnato il percorso narrativo e drammaturgico del film. Al contrario a cambiare ovviamente è stato il cast, ma soprattutto il livello di spettacolarità con cui Herbig ha dato forma e sostanza alla confezione, che nulla ha da invidiare alle facoltose produzioni a stelle e strisce. Ma la vera differenza in Balloon la fanno la sapiente costruzione della tensione, data dall’insistente e continua sensazione di accerchiamento e minaccia che si respira per tutto il film (le indagini della Stasi, i vicini e i colleghi di lavoro), e il ritmo tambureggiante del racconto, che ha nel piede sempre pigiato sull’acceleratore, neanche fosse un adrenalinico action movie, la benzina che alimenta il motore della timeline.
Scrittura, regia, recitazione e montaggio, lavorano in perfetta simbiosi per regalare allo spettatore due ore da vivere in apnea e con pochi momenti per riprendere fiato. Il cineasta tedesco concede alla fruizione e alla platea giusto il tempo per qualche pit stop, perché per il resto le lancette del cronometro girano vorticosamente sino all’epilogo, quanto basta per restituire sullo schermo gli highlights (tra cui la scena di Berlino in cui la famiglia Strelzyk prova a entrare nell’Ambasciata Americana) di quella impresa. Del resto, cucire un enorme pallone aerostatico, infilarsi in una navicella in balia del vento, tenuta su soltanto da qualche corda, e salire a un’altitudine di duecento metri è di un’audacia incredibile e non poteva che essere portata sullo schermo in questo modo con una simili intensità e partecipazione emotiva.

Francesco Del Grosso

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