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Bad Boys: Ride or Die

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VOTO: 6.5

Divertimento estivo

Lo scapolo impenitente Mike Lowrey (Will Smith), agente della narcotici di Miami, finalmente si sposa. Durante la festa di matrimonio però, il suo collega di sempre, l’agente Marcus Burnett (Martin Lawrence), ha un attacco cardiaco. Durante le le angosciose ore che seguono, Marcus, mentre è in coma, ha delle visioni in cui compare il suo ex capo, il capitano Howard (Joe Pantoliano), rimasto ucciso nel capitolo precedente di questa ultradecennale serie cinematografica. Questi gli rivela una imminente, tremenda serie di eventi e, poco dopo il suo risveglio, i guai non tardano ad arrivare. Un misterioso trafficante di droga internazionale (Eric Dane), infatti, è deciso ad eliminare tutte le prove che proprio il defunto capitano Howard aveva raccolto negli anni passati sulla corruzione nel dipartimento di polizia di Miami, ma non solo: per confondere le acque, mette persino in moto un ingegnoso piano per screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica. La mossa riesce e, naturalmente, Mike e Marcus decidono di indagare per impedire che venga infangata la memoria del loro vecchio superiore. Nel fare questo chiedono l’aiuto di alcuni dei personaggi introdotti in Bad Boys for Life (2020): Rita (Paola Nunez), che ha assunto il grado di capitano, gli specialisti Kelly (Vanessa Hudgens) e Dorn (Alexander Ludwig) e, soprattutto, il figlio di Mike, Armando (Jacob Scipio), in realtà un pericolosissimo killer che sta scontando la sua pena in prigione.
Ma non basta, perché le macchinazioni dei loro avversari finiscono comunque per incastrare i due esperti poliziotti che, quindi, da predatori diventano prede di una gigantesca caccia all’uomo guidata proprio dalla figlia di Howard, Judy, ora US Marshall. Senza contare le bande di criminali di mezza Florida, desiderose di incassare la sostanziosa taglia che i narcos hanno promesso in cambio della cattura dei fuggitivi. Per cercare di dimostrare la loro innocenza, uscirne di nuovo vivi e sconfiggere i cartelli della droga, anche questa volta è necessario affrontare orde di nemici armati fino ai denti e conflitti a fuoco da zona di guerra. Praticamente il marchio di fabbrica dei Bad Boys.
Quarto film della serie inaugurata nel 1995 dal regista Michael Bay (che pure qui fa capolino in un cameo), Bad Boys: Ride or Die vede di nuovo dietro la macchina da presa il duo Adil El Arbi e Bilall Fallah, come era già accaduto pochi anni fa per Bad Boys for Life. Difficile, se si è amanti della saga, non divertirsi ancora tra esplosioni, sparatorie coreografate, umorismo e auto sportive, nonostante questo sia un episodio particolarmente strampalato. Chiariamo subito una cosa, tanto per sgombrare il campo da fraintendimenti: andare a vedere un Bad Boys pretendendo una minima parvenza di plausibilità è, ovviamente, uno sbaglio e un’impresa persa in partenza. Lo sanno bene i fan e dovrebbero saperlo bene anche gli spettatori dell’ultima ora. Qui però la storia soffre di qualche assurdità di troppo e di una trama che si complica inutilmente, per poi dipanarsi nel modo più semplice e rumoroso possibile. Probabilmente, quel po’ di confusione che si avverte dipende da una sceneggiatura che è passata per numerose riscritture, senza sapere bene che direzione prendere. Vengono infatti abbandonate, e secondo chi scrive è un peccato, le interessanti premesse della precedente avventura che, tra l’altro, recuperava personaggi ormai in “naftalina” dal 2003, ovvero dai tempi di Bad Boys II (firmato come il primo da Michael Bay): l’idea, manco a dirlo, era di trasformare anche la coppia di sbirri di Miami in un “franchise”, tendenza molto in voga nella Hollywood povera di idee di questo decennio. Bad Boys for Life finiva cioè con la formazione di una vera e propria squadra speciale composta di numerosi giovani agenti, ognuno con i suoi tratti distintivi un po’ stereotipati come l’esperto di hackeraggi, l’ombroso uomo d’azione rude e arrabbiato, la poliziotta dal carattere tosto e così via. Senza contare una scena post-credits in cui Mike Lowrey reclutava addirittura il proprio figlio Armando per quelle che sarebbero state missioni supersegrete ai limiti della legge. Di tutto questo, qui in Ride or Die non c’è traccia: qualcuno di quesi personaggi viene recuperato, lo stesso Armando, come già detto, è della partita ma la sua figura non viene minimamente arricchita o ampliata (e sì che gli spunti non mancavano affatto). Ci rimane una sarabanda colorata di due ore, a tratti quasi un videogioco sparatutto per PlayStation, in cui perfino la stessa indagine viene ridotta ad una mini-sequenza un po’ videoclip di un minuto e mezzo, senza neanche dare troppe spiegazioni. Insomma gli sceneggiatori sembra che neppure ci vogliano provare e non sorprende, visto che sono completamente cambiati, a dimostrazione del fatto che manca una certa continuità in questo progetto. E, oseremmo dire, anche la colonna sonora non è al passo dei suoi predecessori. I momenti in cui ci si diverte comunque non mancano, va detto, grazie prima di tutto a Will Smith e Martin Lawrence, ormai affiatatissimi, e se si cerca una pellicola carica di adrenalina questa è la scelta giusta. Bisogna vedere se sarà sufficiente a fare spazio ad un ulteriore sequel o se le avventure tra le fila della squadra narcotici di Miami termineranno definitivamente qui.

Massimo Brigandì

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