Bad Bad Winter

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il grande freddo kazako

Bad Bad Winter, presentato nel concorso Nuovi Sguardi del festival Sguardi Altrove 2019 dopo la prima all’Acid di Cannes del 2018, rappresenta l’esordio alla regia della giovane filmmaker del Kazakistan Olga Korotko. Si tratta di un film dalla dinamica narrativa classica, potremmo avvicinarlo a Nodo alla gola di Alfred Hitchcock o a Carnage di Roman Polanski (dal testo teatrale di Yasmina Reza). Un Kammerspiel, dove ci sono solo poche scene in esterni freddi, innevati, claustrofobico, con un innocente ritrovo di amici, un momento conviviale, dove però albergano tensioni latenti che deflagrano in situazioni violente di attrito. Bad Bad Winter racconta di Dinara, una ragazza che si trasferisce nella casa della nonna, una sorta di baita in città, appena venuta a mancare, con l’incarico di organizzare la vendita dell’immobile. Arriva a trovarla, apparentemente senza preavviso, un gruppo di suoi ex-compagni di scuola. Quella che sembra essere una piacevole rimpatriata, comincia a scricchiolare. Dinara aveva avuto un flirt con uno di questi ragazzi, Marat, che le chiede di non ricordare quella storia di fronte alla sua attuale fidanzata, che fa parte del gruppo, ma questa in uno scatto d’ira rivela di esserne a conoscenza. A un certo punto i ragazzi svelano di aver commesso un omicidio e di aver bisogno dei soldi di Dinara per coprire il loro crimine.

Laddove un film occidentale giocherebbe con questi ingredienti per creare elementi di tensione, suspense o coup de théâtre, Olga Korotko lavora per raffreddamento, per sottrazione emotiva. Il ritmo rimane piatto, non c’è per esempio un effetto da colpo di scena quando si parla per la prima volta di omicidio, o quando si vede la pistola che uno tiene nella borsa, cosa che nel cinema hollywoodiano per esempio comporterebbe un salto di genere, l’approdo inaspettato al thriller partendo da una commedia. Bad Bad Winter funziona con un senso del minimalismo narrativo, dello smussare gli angoli drammaturgici, dando maggiore importanza ai gesti. Allo stesso tempo piatte risultano anche le condizioni morali e la coscienza sociale nell’atteggiamento verso l’omicidio. Uno dei ragazzi continua a leggere un libro, indifferente alle situazioni di estrema tensione che gli girano attorno, come a rappresentare una società ormai insensibile a tutto.
Olga Korotko dribbla ogni picco di climax, filtra un soggetto di genere occidentale secondo la propria sensibilità e quella della sua cultura. Se Hitchcock usava la cassapanca per occultare un cadavere, la filmmaker kazaka usa un baule dove sono contenuti i soldi della nonna. La casa dove avviene tutto è rinchiusa in un compound, con alte pareti, con decorazioni colorate, come recinzione esterna. L’interno è fatto di travi, e predominano i tappeti tradizionali, sia appesi come uno che campeggia nell’ambiente dove si svolge il tutto. La regista costruisce l’immagine nel solco di quella tradizione di ricami, con specularità, vedi le due sedie ai lati dell’inquadratura, coperte di tappeti di colore diverso. Spesso inserisce degli schermi televisivi accesi, con quelle strisce colorate tipiche delle prove di colore delle vecchie televisioni. E costruisce l’immagine filmica con lo stesso senso decorativo dei ricami, degli intrecci dei disegni dei tappeti. Come in quella scena, verso la fine, della violenza, con i piedi che spuntano di lato e con l’immagine che domina del ragazzo, visto da uno specchio. Uno schermo senza profondità che è funzionale a raccontare una società. Difficile anche provare quell’empatia che nel cinema viene riservata ai protagonisti positivi, se non un po’ per la protagonista, ma quel finale tranchant fa tabula rasa di tutto. E conferma quelli che fino a quel momento erano solo supposizioni, ragionamenti. «Non si diventa così ricchi onestamente» diceva uno dei ragazzi. Bad Bad Winter fornisce un quadro desolante di una società dall’enorme divario sociale, come bene o male nelle ex-repubbliche sovietiche, dove anche la giustizia è amministrata in favore dei più potenti.

Giampiero Raganelli

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