At First Light

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5.5 Awesome
  • VOTO 5.5

La luce rivelatrice

In una ordinaria comunità della provincia americana, una notte, la giovane studentessa Alex entra in contatto con una misteriosa identità che si manifesta come una luce accecante. La ragazza, scossa e incapace di comprendere l’accaduto, inizia a sviluppare abilità pericolose e soprannaturali che la portano a cercare aiuto nell’amico d’infanzia Sean. Divenuti obiettivo delle autorità, i due si danno alla fuga mentre i funzionari cercano di scoprire cosa si cela veramente dietro la trasformazione della ragazza.
Il solo leggere la sinossi di At First Light non può che provocare nel potenziale spettatore una sensazione di déjà-vu, causata dalla scelta di colui che ha scritto e diretto la pellicola, ossia Jason Stone, di mescolare senza soluzione di continuità tutta una serie di elementi narrativi e drammaturgici che singolarmente hanno già avuto ampio sviluppo sul grande schermo. L’opera seconda del cineasta sudafricano (suo il discontinuo thriller The Calling), presentata nella sezione “Piccoli Futuri” della prima edizione di Oltre lo specchio, li chiama a raccolta uno per uno e li assembla dando vita a un cocktail che lascia nel palato del fruitore cose buone e altrettante cattive. Ciò determina un cortocircuito nel progetto che impedisce al risultato di raggiungere una sufficienza piena e convinta.
At First Light mette insieme le sfumature e la tematiche chiave del coming of age concettuale con l’ormai proliferante filone del super hero movie di nuova generazione, aggiungendo al minestrone anche altre sfumature del cinema fantascientifico che fanno capo ai grandi classici, a cominciare da Incontri ravvicinati del terzo tipo per finire con alcuni episodi delle varie stagioni di Ai confini della realtà. Un patchwork, questo, che si nutre dell’intramontabile fascino dell’ignoto, oltre che dell’ennesima riflessione sull’accettazione del diverso che non può mancare in storie come queste. Proprio per la scelta di ritornare su cose già dette e ridette, sollevate e un’infinità di volte risolte, che lo spettatore non riesce a interessarsi veramente agli accadimenti e al destino di coloro che li animano, in primis a quello della protagonista, costretta a fare i conti con dei super poteri che non mettono in discussione solo la sua adolescenza, ma la sopravvivenza dell’intera razza umana. Le emozioni si contano con il contagocce e il fattore empatico si riduce ai minimi termini. Quando arrivano a destinazione, invece, è soprattutto grazie all’elemento sentimentale, ossia nei momenti più intensi e intimi che riguardano il rapporto tra Alex e Sean.
Ovviamente in soccorso arriva spesso la messa in quadro, con la confezione che non è da dimenticare. Scene come quelle della tac nel laboratorio militare, delle macchine piegate nel parcheggio del ristorante o della fuga da casa di Alex sono di buona fattura e mettono in evidenza le qualità registiche di Stone e delle produzioni di genere battenti bandiera canadese.

Francesco Del Grosso

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