Call for Dreams

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

La donna dei (loro) sogni

C’era, almeno per quanto ci riguarda, una grande curiosità nei confronti di Call for Dreams, alimentata dalle tante e positive voci di corridoio giunte alle nostre orecchie in seguito alle apparizioni pubbliche che hanno visto protagonista l’opera seconda di Ran Slavin nel circuito festivaliero internazionale. Una curiosità che finalmente abbiamo potuto saziare grazie alla proiezione del film nel cartellone della prima edizione di Oltre lo specchio, laddove è stato presentato in anteprima italiana nella sezione non competitiva “Illuminazioni”.
La nuova fatica dietro la macchina da presa di Slavin mette in vetrina la sua versatilità e le sue moltiplici competenze. Regista, videoartista, compositore e musicista nell’ambito dell’elettronica sperimentale, il cineasta israeliano vive infatti ogni forma d’arte secondo uno spirito di innovazione che guarda al futuro e all’evoluzione tecnologica. Spirito che trasuda da ogni fotogramma che va a comporre la timeline e a incorniciare l’inquadratura di turno. Il risultato è un’opera audiovisiva magnetica nella forma quanto nei contenuti, che mescola intenzioni autoriali a praticità e stilemi del cinema di genere, nello specifico della pseudo fantascienza minimalista con innesti mistery a infittire la trama.
Siamo in una Tokyo piovosa e notturna che ricorda Black Rain, illuminata dalle luci al neon e dalle innumerevoli insegne fosforescenti ad ogni angolo della strada. La protagonista di nome Eko si trova ad affrontare una serie di complicate situazioni, dopo aver pubblicato su un giornale un annuncio in cui cerca sconosciuti che condividano con lei i propri sogni. La sua vicenda coinvolge anche un’indagine criminale condotta a Tel Aviv da un detective israeliano. L’intreccio e la fitta ragnatela che scaturisce dall’incontro tra fantascienza e detective story crea le basi di una narrazione e di una drammaturgia stratificata, che l’autore porta avanti sovrapponendo continuamente il piano fisico e reale a quello immaginifico e onirico. La forza della pellicola sta proprio nella costruzione scatologica e nel come vengono missati in modalità randomonica i suddetti piani. Ma la vera differenza in Call for Dreams la fanno i dettagli, ai quali il regista si affida e si concentra per generare un racconto volutamente non lineare e frammentato, che richiede una certa dose di attenzione e pazienza da parte dello spettatore. Quest’ultimo deve stare alle regole del gioco, altrimenti difficilmente potrà entrare in sintonia con il progetto. Ogni singolo dettaglio rappresenta un tassello di un mosaico, che solo all’ultimissimo frame consegnerà al fruitore le chiavi del mistero che c’è alla radice del plot e un senso al tutto, anche a quello che un senso pareva non avere.

Francesco Del Grosso

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