Assassination

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7.0 Awesome
  • voto 7

Spaghetti  Eastern   

Quanto ci piacciono i film di ambientazione storica, quando sono fatti come si deve! Non sempre, infatti, il risultato è quello sperato, ma – al contrario – spesso e volentieri sono venuti fuori dei veri e propri scempi che riescono soltanto a far sì che il pubblico non veda l’ora di arrivare alla fine della visione. Fortunatamente, però, questo non è il caso di Assassination – presentato in anteprima alla diciottesima edizione del Far East Film Festival di Udine, per la regia di Choi Dong-hoon. Il lungometraggio in questione, infatti, presenta non pochi aspetti interessanti. Scopriamo quali.
Ci troviamo in Corea, nel 1933. Lo stato è sotto l’occupazione giapponese ed un gruppo di ribelli – capitanati dalla bella e coraggiosa An – complotta per uccidere un prestigioso ufficiale nipponico. Portare a termine la missione, però, sarà più difficile del previsto.
Fin dai primi minuti – una volta iniziata la visione – ci accorgiamo di quanto il cineasta coreano si sia divertito a mettere in scena una storia di tale portata. E non solo perché – ammettiamolo – le ambientazioni in costume esercitano sempre un certo fascino sia sugli addetti ai lavori che sugli spettatori, ma anche perché la grande quantità di suggestioni che hanno portato alla nascita di tale prodotto deve essere stata senz’altro entusiasmante da gestire.
Un’importante porzione della storia della Corea, una grande ironia – ed autoironia – una regia dinamica e brillante che si diverte a regalare allo spettatore – grazie anche all’importante contributo dei numerosissimi tagli di montaggio – un crescendo di emozioni ed adrenalina. E, non per ultima, un’eroina che ha tutte le carte in regola per restare nell’immaginario collettivo per molto, molto tempo. Sono queste le peculiarità di questo ultimo lavoro di Dong-hoon, il quale – a sua volta – strizza volentieri l’occhio anche al genere spaghetti-western, con evidenti influenze tarantiniane ed uno spirito goliardico di fondo che non guasta mai.
Sia ben chiaro, se ci si aspetta di vedere sullo schermo il nuovo Tarantino o il nuovo Sergio Leone coreano si rischia di rimanere fortemente delusi. Ma – preso così com’è – Assassination resta comunque una visione gradevole e coinvolgente, nonché un interessante prodotto della cinematografia asiatica contemporanea.
Trattando un argomento che grande importanza ha avuto per il popolo coreano, notiamo, però, come il lungometraggio – ed è questo il suo principale difetto – pecchi decisamente di eccessivo nazionalismo, quasi come se non si riuscisse ancora a raggiungere quel distacco necessario finalizzato alla creazione di un’opera. E, come sappiamo, spesso e volentieri questo errore viene commesso anche dai cineasti più smaliziati. A ciò si aggiunge anche una colonna sonora che diventa a tratti addirittura ingombrante, tanto si vuol stare a sottolineare i meriti della Corea nella vicenda qui raccontata. Ed ovviamente è un peccato vedere come pochi elementi possano influire sulla riuscita finale di un prodotto che – tutto sommato – risulta costruito anche piuttosto bene.
Detto questo, comunque, senza dubbio questo ultimo lavoro di Dong-hoon si è classificato come un lungometraggio più che soddisfacente. E che dalla sua ha anche il merito di scorrere via come acqua fresca, malgrado le quasi tre ore di durata.

Marina Pavido

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