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Ari

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VOTO: 7

Alla (difficile) ricerca di sé stessi

Non è facile trovare il proprio posto nel mondo. Così come non è facile ricostruire la propria vita da zero, nel momento in cui tutto sembra andato perduto. Ne sa qualcosa il giovane Ari (impersonato da Andranic Manet), protagonista del lungometraggio Ari, appunto, ultima fatica della regista Léonor Serraille, presentato in anteprima mondiale in corsa per l’Orso d’Oro alla 75° edizione del Festival di Berlino. Cosa sarà mai successo, dunque, al nostro protagonista? Presto detto.
Ari, dunque, ha ventisette anni, ha da poco iniziato un tirocinio come insegnante in una scuola elementare e ha da sempre un grande amore per i bambini. Un giorno, tuttavia, nel momento in cui un’ispettrice lo assiste durante una delle sue lezioni, egli ha un collasso per l’agitazione. In seguito a ciò, decide di dimettersi, abbandonando per sempre un percorso per cui ha studiato anni e anni. Suo padre (Pascal Rénéric), tuttavia, non è affatto d’accordo con questa sua decisione e lo considera quasi un fallito, al punto da decidere di mandarlo via di casa. E così, dunque, il ragazzo, vagando ramingo per la città, dovrà confrontarsi con sé stesso e con il suo passato, grazie anche all’incontro con vecchi amici con cui aveva perso i contatti da tempo.

Ari è un piccolo e prezioso lungometraggio estremamente intimo e introspettivo, in cui il tutto ci viene mostrato esclusivamente dal punto di vista del giovane protagonista. A tal fine, dunque, particolarmente azzeccati si sono rivelati i frequenti primi piani sui volti dei personaggi, così come i dettagli degli ambienti di volta in volta visitati dal nostro Ari. Se a tutto ciò aggiungiamo una messa in scena complessivamente pulita e priva di inutili fronzoli o virtuosismi, ecco che Léonor Serraille sembra aver trovato la chiave giusta per raccontarci l’intera vicenda.
Dopo la sua disavventura a scuola, il ragazzo sente di aver fallito in tutto nella vita, sia lavorativamente che umanamente. Persino la sua storia con Irène (Clémence Couillon) sembra essere finita proprio perché egli non ha voluto assumersi le sue responsabilità. Eppure, questo suo vagare (apparentemente) senza meta per le strade della città assume immediatamente un significato assai simbolico, quale dolente, doloroso, ma anche tenero e commovente viaggio alla scoperta di sé stesso, dell’umanità in generale (hanno davvero tutti successo nella vita o ognuno, a seconda delle situazioni, ha sbagliato a modo suo?) e del mondo in cui si vive.
Certo, se si pensa a un lungometraggio come il presente Ari all’interno del ricco e variegato concorso berlinese, c’è indubbiamente da chiedersi come mai il presente lungometraggio sia stato scelto proprio per concorrere all’Orso d’Oro. Ed è forse proprio questa l’unica pecca di questo interessante lavoro di Serraille: il trovarsi in una dimensione non sua. Ma sta bene. D’altronde, ciò a cui ci troviamo davanti è comunque un’opera piacevole e ben fatta, per quanto modesta. Un film tenero e delicato, che nel suo insieme risulta gradevole come una leggera brezza primaverile.

Marina Pavido

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