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Dreams

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VOTO: 7,5

La vita in una nuvola

È proprio vero che l’amore vince su tutto, anche alla Berlinale, laddove lo scorso febbraio, al termine della 75esima edizione della kermesse tedesca, a portare a casa l’ambito Orso d’Oro è stato un film che racconta una storia che affonda le radici narrative, drammaturgiche ed emozionali nel sentimento universale per antonomasia. Lo fa maneggiando tale materia con estrema delicatezza, con la medesima cura che si ha nel prendere in consegna per poi custodire l’oggetto più fragile e prezioso al mondo, oltre che con una leggerezza nel tocco che si declina nell’accezione più nobile del termine sfuggendo alle sabbie mobili del banale e della superficialità. Qualità, queste, che appartengono e che è possibile riconoscere nel DNA di Dreams (Drømmer), secondo capitolo della trilogia”Sex / Dreams / Love” che Dag Johan Haugerud ha voluto dedicare alle relazioni affettive e sentimentali.
Disponibile nelle sale nostrane dal 13 marzo grazie a Wanted Cinema, che distribuirà nei prossimi mesi gli altri due titoli, Dreams affronta come i restanti capitoli le diverse sfaccettature dei rapporti amorosi e sessuali del mondo contemporaneo all’interno di un sistema sociale troppo spesso giudicante, dove essere liberamente se stessi risulta ancora difficile. L’esplorazione in questo caso è orchestrata e passa per l’idealizzazione sognata dell’amore giovanile in quella che può essere considerata un’indagine alle radici del femminile. Sotto la lente del regista norvegese finisce infatti Johanne, una studentessa diciassettenne che si innamora, per la prima volta, della sua insegnante di liceo che le apre le porte di casa e ascolta con premure le sue domande e i suoi pensieri. Affidati ad un diario personale gli scritti intimi di Johanne creano attriti in famiglia, spingendo sua madre e sua nonna a riconsiderare le proprie realtà e i propri sogni, innescando un vivace dibattito tra donne.
Ed è intorno ad esso e alle vicissitudini amorose della protagonista che prende forma e sostanza, più con le parole che con le azioni e i gesti, la scrittura e la trasposizione filmica di un’opera che alimenta l’impianto dramedy con le dinamiche, i temi e gli stilemi chiave del romanzo di formazione e del confronto generazionale. I dialoghi fitti e continui, alcuni dei quali particolarmente pungenti e spiazzanti (vedi quello tra l’insegnante e la madre della protagonista nel caffè dove si assiste a un imprevedibile capovolgimento di fronte), rappresentano il motore portante del racconto, con il flusso mnemonico e la voce narrante di Johanne che restituiscono sullo schermo un video-diario le cui pagine si compongono davanti ai nostri occhi. Il tutto potrebbe apparire come eccessivamente verboso, ma l’uso che l’autore fa delle parole, con il contributo dell’ottimo quartetto di attrici a disposizione (Ane Dahl Torp, Selome Emnetu, Ingrid Giæver e Anne Marit Jacobsen), rende la fruizione una sinuosa e scorrevole immersione nell’esistenza dei personaggi. Il risultato è un ritratto al femminile con e sulle donne al quale fa da cornice una poetica Oslo, dipinta in punta di pennello dalla fotografia di Cecilie Semec e dalla regia visivamente essenziale di Haugerud.

Francesco Del Grosso

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