Diventare adulti
Vi sono determinati avvenimenti che stanno nettamente a sancire il (doloroso) passaggio dall’infanzia all’età adulta. Avvenimenti che sovente accadono in modo fin troppo repentino, senza lasciarci quasi neanche il tempo di comprendere cosa sia appena accaduto. Ma quanto è importante, in questo senso, la solidarietà e la vicinanza degli altri? La giovane Eya (impersonata da Safa Gharbaoui) potrebbe dirci certamente qualcosa in merito. Lei, dunque, è la straordinaria protagonista del lungometraggio Têtes Brûlées, opera prima della regista Maja-Ajmia Yde Zellama, presentato in anteprima mondiale in occasione della 75° edizione del Festival di Berlino, all’interno della sezione Generation 14plus.
Eya, dunque, ha dodici anni e vive a Bruxelles insieme alla sua famiglia di origine tunisina. la ragazzina è molto legata a suo fratello maggiore Younès (Mehdi Bouziane), che tenta addirittura di imitare nello stile e con cui si diverte a fare lunghe corse sulla sua moto o a passare il tempo libero insieme ai suoi amici. Un giorno, improvvisamente, tutto cambia: Younès viene accidentalmente ucciso da un proiettile durante una sparatoria in strada. Come farà la giovane Eya ad accettare l’accaduto?
Têtes Brûlées, dunque, si svolge in un arco di tempo molto breve. Non appena la protagonista e la sua famiglia ci vengono presentate, ecco che ci troviamo, di punto in bianco, nel vivo dell’azione. E così, l’elaborazione del lutto, l’accettazione dello stesso e l’importanza della condivisione divengono le grandi protagoniste all’interno di questa toccante e intensa opera prima, che, a sua volta, sapientemente evita ogni retorica, ma fa di assordanti silenzi, di parole scherzose pronunciate con la tristezza nel cuore, ma anche di ben precisi rituali e di canti di preghiera i suoi cavalli di battaglia.
Allo stesso modo, interessante la scelta da parte della regista di scegliere per questo suo Têtes Brûlées praticamente un’unica location (fatta eccezione, naturalmente, per brevissime scene in esterno), ossia la casa in cui abita la protagonista insieme alla sua numerosa famiglia. I colori accesi dell’arredamento (con una spiccata prevalenza dei toni del rosso) ben rappresentano il dolore e i sentimenti contrastanti vissuti da ognuno dei personaggi. Ed ecco che, improvvisamente, quello che prima era considerato come una sorta di “porto sicuro”, ora diviene immediatamente un luogo quasi claustrofobico, in cui non si può (almeno per il momento) fuggire e dove ogni cosa ci ricorda momenti destinati a non tornare mai più.
Ma come mai la giovane Eya, invece di stare vicino a sua mamma e alle sue sorelle, preferisce stare con gli amici di suo fratello? Potrà mai la ragazza provare sollievo nell’indossare le sue felpe o nel mandargli messaggi vocali, ben sapendo che questi non può più risponderle? Maja-Ajmia Yde Zellama ci ha regalato, dunque, un lungometraggio particolarmente intimo e introspettivo, che, malgrado una scarsa esperienza dietro la macchina da presa, sta a rivelare uno spiccato talento e una grande conoscenza dell’animo umano. E questo, si sa, non è cosa da poco.
Marina Pavido









