Apostasy

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8.0 Awesome
  • voto 8

La “Verità” può far male e tu lo sai…

Ed eccolo palesarsi davanti ai nostri occhi il tipico colpo di fulmine, quello nel quale ti imbatti puntualmente ogni qual volta che per lavoro ribalzi da un festival all’altro e che tra i tanti film che affollano la line-up di turno monopolizza la tua attenzione e non solo la tua. Nel caso del 36esimo Bergamo Film Meeting, a colpire nel segno ci ha pensato Apostasy di Daniel Kokotajlo, presentato nella sezione “Mostra Concorso” della kermesse lombarda dopo un fortunato tour nel circuito internazionale che ha fatto tappa nel 2017 in cornici prestigiose come Toronto, San Sebastián e Londra.
L’opera firmata dal cineasta britannico, qui al suo esordio sulla lunga distanza dopo svariate e pluridecorate prove sulla breve, ha letteralmente scavato un solco profondissimo in noi e in tanti che come noi hanno avuto l’opportunità di vederlo in quel di Bergamo. Kokotajlo, così come il collega Marco Danieli prima di lui con La ragazza del mondo, ci porta nella quotidianità di una congregazione di Testimoni di Geova, per raccontarne le severe e rigorose, agli occhi esterni folli, disumane e spietate, regole che la governano, passando attraverso le esperienze di una o più persone che ne fanno parte. Apostasy è un dramma duro che affronta a testa alta e senza remore la complessa natura della fede, della famiglia, del dovere e dell’amore. E per farlo passa attraverso le vicende di due sorelle, Alex e Luisa, che come la madre Ivanna sono devote testimoni di Geova nella contea di Greater Manchester. Alex guarda con ammirazione la sorella maggiore, sicura di sé, mentre si sforza di seguire le orme di Ivanna da “buona testimone”; mette sempre l’amore per Geova dinanzi a ogni cosa e fa tutto ciò che Lui si aspetta da lei: frequenta il Tempio, fa opera di predicazione, accetta la corte serrata ma esangue di Steven, un giovane Anziano. È disposta a ogni sacrificio. Luisa, invece, inizia a mettere in discussione i principi di fede e rivendica la sua autonomia in modo deliberato, cosa inaccettabile per la congregazione e per la stessa Ivanna, che si vede costretta a tagliare i ponti con lei. Ma il loro cammino è segnato da una nuova e ancora più straziante prova di fede.
Sia nel film di Danieli che in quello di Kokotajlo vengono fuori degli sguardi dall’interno su un mondo e su un modo di credere e di conseguenza di vivere, immersivi ed emotivamente coinvolgenti, che non possono lasciare indifferenti, poiché spingono lo spettatore a un confronto e a delle sollecitazioni mentali continue con ciò che viene narrato e rappresentato sullo schermo. Sguardo che in Apostasy, però, a differenza di quello di riflesso de La ragazza del mondo, si fa ancora più reale e realistico in quanto basato sulle esperienze dirette del regista che a quel mondo è appartenuto e dal quale ha deciso di allontanarsi. Ed è proprio questa conoscenza diretta della materia in questione, difficile e scivolosa, il modo in cui questa prende forma e sostanza sullo schermo, l’arma in più a disposizione del film per mettere il fruitore con le spalle al muro e dargli un ruolo attivo. La forza della pellicola, sostenuta con solidità e verità dalla scrittura e dalla sua trasposizione, sta nel non dare giudizi, dando a chi guarda l’ingrato compito di farlo. E il giudizio in merito non può di certo essere positivo, poiché ciò che scorre davanti ai nostri occhi è una concatenazione di eventi che fanno male, stordiscono, disturbano e in certi casi lasciano increduli. La valanga di emozioni, alla testa della quale c’è rabbia e insofferenza per ciò che viene mostrato e detto dai personaggi, travolge la platea senza se e senza ma, devastandola.
E se la pellicola del regista britannico è capace di tanto, il merito è non solo della preziosissima scrittura, ma anche del lavoro dietro e soprattutto davanti la macchina da presa, che contribuisce e non poco alla crescita esponenziale dell’opera. Da una parte, Kokotajlo contribuisce alla causa con una regia caratterizzata da una grande maturità e da un altrettanto grande rigore formale, che rispecchiano un modus operandi stilistico ben preciso, nel quale trovano terreno fertile pedinamenti, primissimi piani, inquadrature fisse, spesso decentrate, a mascherino ridotto, che restituiscono allo spettatore le sensazioni di controllo, oppressione e soffocamento vissute e provate dalle tre donne. Quest’ultime interpretate con straordinaria efficacia espressiva dal trio formato da Molly Wright (Alex), Sacha Parkinson (Luisa) e Siobhan Finneran (Ivanna), con la prima, all’esordio cinematografico, da tenere assolutamente sott’occhio.

Francesco Del Grosso

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