Amo la tempesta

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

L’Angelo custode

Il titolo dal sapore shakespeariano non deve trarre in inganno il lettore di turno, tantomeno il futuro spettatore che avrà modo di incrociare lo sguardo con l’opera prima di Maurizio Losi, non appena questa avrà trovato una distribuzione disposta a portarla nelle sale nei prossimi mesi. Amo la tempesta è una commedia indipendente dai toni leggeri – dove per leggeri non si intende frivoli e superficiali – che ha nel dna drammaturgico tutta una serie di venature tragicomiche che contribuiscono ad arricchire le dinamiche narrative e le one line dei singoli personaggi, a cominciare da quella del suo protagonista Angelo, interpretato da un efficacissimo Nando Paone. Il suo Angelo è uno dei tanti padri di famiglia che negli ultimi anni hanno visto i loro figli fuggire all’estero in cerca di un futuro migliore. L’Italia non sembra un Paese per giovani ma un intero quartiere composto ormai solo da genitori abbandonati. Quello dove abita il protagonista non si è però arreso e si sta organizzando per compiere un’impresa disperata quanto immaginifica: rapire e riportare in Italia i figli “migliori”, che per talento e qualifiche potrebbero riavviare la macchina produttiva italiana. Rapirne uno per attirarne cento. Angelo si unisce al progetto e parte alla volta della Germania, verso il più inaspettato viaggio della sua vita.
Come avrete avuto modo di constatare dalla lettura della sinossi, Amo la tempesta fa parte di quella categoria sempre più rara di film del panorama nostrano a poter contare su uno spunto davvero originale. Originale non è però il tema, ma il modo in cui questo viene trattato. La pellicola di Losi, presentata nella sezione Nuove proposte della settima edizione del Bif&st, porta sul grande schermo un’idea particolarmente interessante, che va di pari passo con un punto di vista altrettanto interessante. La peculiarità sta nell’aver scelto di raccontare il tema attualissimo della cosiddetta “fuga dei cervelli” dal punto di vista dei genitori, i tanti che ogni anno vedono partire i propri figli alla volta dell’estero in cerca di quelle opportunità lavorative che il Paese di origine non ha saputo e voluto garantire loro. Si è soliti, infatti, approcciarsi alla suddetta materia favorendo quasi esclusivamente il controcampo giovanile, rilegando quello adulto a un mero elemento riempitivo, addirittura azzerandolo completamente (vedi ad esempio il documentario Emergency Exit). Qui, invece, l’attenzione si sposta sulle reazioni e sulle azioni dei genitori che, attraverso una sorta di “Angelo custode”, mettono in atto un piano tanto bizzarro quanto geniale. Ed è proprio questa scelta drammaturgica di stravolgere l’abituale modus operandi, e con esso il punto di vista che quasi sempre gli viene attribuito, a dare un valore aggiunto al film. A goderne è in primis lo script e di riflesso la sua trasposizione. Quest’ultima, però, ci mette più del dovuto a carburare, tanto che la prima mezz’ora abbondante di fruizione appare più pesante e meno scorrevole della restante parte della timeline, decisamente più empatica e coinvolgente per lo spettatore. Di fatto, dal momento in cui il protagonista si mette in viaggio sul suo scuolabus giallo sulle strade tedesche per compiere la missione di recupero, la narrazione prende gradualmente quota.
Nonostante gli intoppi, si assiste comunque a un road movie piacevole e divertente, capace di regalare tutta una serie di momenti di comicità surreale, a cominciare dall’incursione sullo schermo di Giobbe Covatta nel ruolo di un agente dei servizi segreti decisamente fuori dagli schemi.

Francesco Del Grosso

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