Emergency Exit – Young Italians Abroad

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7.0 Awesome
  • voto 7

Un biglietto di sola andata

Per aver raccontato con coraggio e determinazione la storia di tanti giovani italiani emigranti, eccellenti e dispersi nel mondo. La macchina da presa rende nota la realtà contemporanea attraverso il racconto di giovani che cercano di realizzare un sogno, il rispetto della propria dignità e quello di poter fare un lavoro che rispecchi le loro capacità, in Italia o altrove“. Con la seguente motivazione Emergency Exit – Young Italians Abroad si è aggiudicato il premio come miglior documentario alla 13esima edizione del Salento Finibus Terrae Film Festival e proprio la fortunata partecipazione alla kermesse pugliese è diventata l’occasione per recuperare l’opera scritta, diretta e prodotta (in collaborazione con Beth di Santo) da Brunella Filì. Si tratta dell’ennesimo riconoscimento finito nella bacheca della regista barese classe 1982 (su tutti il Best Foreign Language Documentary al Madrid International Film Festival 2014), che porta sul grande schermo sei e più storie di ordinaria separazione, quelle di un gruppo di ragazzi e ragazze italiani costretti a emigrare all’estero in cerca di opportunità lavorative e soprattutto di una nuova vita.
Il risultato è un pregevole mosaico fatto di parole e riflessioni a voce alta, un racconto corale che ci porta oltreconfine attraverso un viaggio fisico ed emozionale al seguito di giovani esistenze che hanno dovuto o voluto lasciare il proprio Paese d’origine. Con una sorta di road movie che da Vienna, Parigi, Tenerife, Bergen, Londra ci porta diritti in quel di New York, la regista penetra in punta di piedi e con grande rispetto nelle quotidianità di persone qualunque che per sopravvivere hanno preso un biglietto di sola andata per un altrove che non è l’Italia. Per farlo li pedina, li ascolta, li osserva e li interroga ovunque ve ne sia la possibilità, raccogliendo sensazioni e pensieri che, dietro una ventata di soddisfazione, felicità e ottimismo per ciò che hanno conquistato e che il rispettivo nuovo vivere ha dato loro in termini di prospettive e qualità, nasconde un mix di nostalgia, amarezza, rabbia e tanta solitudine legato alla distanza, alla mancanza delle proprie origini e dei propri affetti. Perché anche se finalmente realizzati, il pensiero di ciò che hanno lasciato è sempre presente in tutti loro e provoca dolore, ferite ancora aperte e altre che fanno fatica a cicatrizzarsi.
Quello della Filì è a una prima lettura un film che racconta di esodi forzati, per poi allargare il proprio orizzonte drammaturgico e narrativo a un ventaglio di temi disparati che lo alimentano e lo arricchiscono, stratificandone e rinforzandone il plot. Ci si trova così a fare i conti con argomentazioni, spunti, interrogativi e tentativi di risposte che vanno oltre il solo tema dell’emigrazione 2.0, per estendere lo spettro alla crisi ormai imperante, ai sogni infranti e al tentativo di non spegnerli definitivamente, al precariato e alla cosiddetta “fuga dei cervelli”. Ciò fa di Emergency Exit anche un documentario d’inchiesta affrontato sul campo, che analizza mediante le parole dei diretti interessati la situazione attuale. Questo consente allo spettatore di turno di entrare in contatto con un progetto che ha dimostrato di avere nel proprio dna più anime, anime che anche se diverse coesistono nell’ora e passa di durata senza dover giocoforza sgomitare in cerca di uno spazio sulla timeline. Merito della regista è proprio quello di aver creato un equilibrio tra i temi, le storie, i fatti e i linguaggi adottati (repertorio, pedinamento, intervista frontale), impedendo agli uni di fagocitare gli altri.
Unica pecca riscontrabile in un lavoro che riteniamo riuscito e meritevole di attenzione per lo sguardo, la sincerità e l’incisività dimostrati, alla pari della qualità nella confezione estetico formale (fotografia, montaggio e colonna sonora di buon livello a fronte di un suono che non sempre supporta come dovrebbe), è il fatto che il parlare solo e soltanto di ciò che all’estero funziona e in Italia invece no, contribuisce a nostro avviso ad alimentare nell’opinione pubblica l’idea già ampiamente diffusa di un’esterofilia, vale a dire la sopravvalutazione di tutto ciò che è straniero che in questo modo viene idealizzato. Ok l’Italia è a pezzi, ma oltreconfine le cose non sono sempre rose e fiori, perché nazione che vai, problemi che trovi.

Francesco Del Grosso

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