Divergendo s’impara
È una coincidenza forse casuale, ma certo suggestiva, il fatto che la presentazione italiana del cortometraggio The Invitation, in concorso nell’edizione 2026 dell’Irish Film Festa, sia giunta poco prima della Giornata Mondiale per la Consapevolezza sull’Autismo (che cade il 2 aprile). Una ricorrenza, quest’ultima, che da qualche anno risulta oggetto di forte dibattito, in particolare per chi è interpellato (dal punto di vista dei diretti interessati e da quello di chi fa attivismo e/o advocacy, così come da quelli di famiglie, educatori e clinici) dal funzionamento autistico e dalle sue peculiarità. Una giornata che quest’anno, se vogliamo dirla fino in fondo, ha visto un ulteriore scadere del discorso pubblico sul tema, con una sottolineatura ancor più marcata di una narrazione abilista e legata a doppio filo a uno sguardo esclusivamente medico e riparativo, e una deliberata svalutazione di quell’autoracconto in prima persona, da parte dei soggetti autistici, che tanto la Rete quanto la produzione letteraria, negli ultimi decenni, avevano portato con forza alla ribalta. Una presa di parola che – pur con tutti i suoi punti problematici – ha interessato, seppur in misura minore, anche il cinema e l’audiovisivo: se il recente documentario italiano TUPS – Tipi Umani Particolarmente Strani (2025), diretto da Alberto Valtellina, ha forse rappresentato il primo esempio di autie-biography filmata, la stessa fiction ha pure fatto il suo, negli ultimi anni, cercando di superare le narrazioni più stereotipate e datate e puntando a offrire (anche con l’apporto di interpreti e/o consulenti direttamente interpellati dalla condizione) spaccati di vite autistiche più realistici e sfaccettati: si veda la recente serie Amazon As We See It, o film come il netflixiano Ero una popstar, o il dramedy targato Apple Cha Cha Real Smooth, tutti del 2022. Un filone che va alla ricerca del realismo della quotidianità, più che della rappresentazione necessariamente a tinte forti, in cui si inserisce anche questo cortometraggio diretto da Sinead O’Brien, insignito del Premio della Giuria Studenti (Università Roma 3) nell’ambito del festival romano.
Il fatto che nella sinossi ufficiale il personaggio del protagonista, il diciassettenne Alex, venga indicato come “neurodivergente”, potrebbe facilmente far storcere il naso a chi cerchi la precisione nel linguaggio – specie in un periodo storico in cui il concetto stesso di neurodivergenza, di carattere strettamente politico, è diventato una specie di equivalente in salsa politically correct di “autismo”. Non è questa la sede per entrare nel merito del discorso, ovviamente, ma ci limitiamo qui a sottolineare che il personaggio in questione (interpretato, molto bene, dal giovane Niall Hassett) mostra certamente alcune delle caratteristiche di un funzionamento autistico: da una certa rigidità (verosimilmente difensiva) nella postura, alla ricerca di autostimolazione sensoriale (il ventilatore, sia osservato che puntato addosso) nei momenti di stress, fino alla camera tappezzata di poster relativi a un’unica saga cinematografica (quella di Star Wars). Ci si ferma qui, ma è sufficiente: un primo pregio, infatti, che possiamo certamente riconoscere a The Invitation è il fatto di aver limitato gli elementi potenzialmente più stereotipici nella resa sullo schermo di un giovane personaggio autistico; e di essersi concentrato piuttosto sul suo vissuto scolastico (bullismo compreso: ma, anche in questo caso, senza ricorrere a toni eccessivamente calcati) e su quello familiare, alle prese con una madre iper-apprensiva e con un padre che cerca, come può, di districarsi tra l’attenzione alle peculiarità del giovane, la consapevolezza delle sfide uniche che sta già affrontando, e la necessità di “lasciar andare” la presa su di lui quando necessario. Proprio quella necessità che viene messa alla prova quando, per la prima volta, Alex riceve un invito a una festa di compleanno, da parte di una misteriosa coetanea di nome Eve. Un invito che chiaramente manderà in crisi l’intera famiglia.
Il gradevole tono da dramedy di The Invitation lo avvicina a certi recenti prodotti audiovisivi appartenenti al filone (il più vicino è forse la già citata serie As We See It, ma anche il cult targato Netflix Atypical – che pure offriva una rappresentazione per molti versi problematica), puntando a mettere in scena un (breve ma pregnante) stralcio di coming of age: una fotografia in grado di catturare sia ansie, idiosincrasie e desideri universali dell’adolescenza, sia la loro particolare declinazione concreta nella vita di un diciassettenne autistico. L’ottimo equilibrio tra queste due componenti, nella sceneggiatura del corto, è un altro dei suoi più evidenti pregi, laddove il focus resta comunque quello della trasformazione e della possibilità di sbagliare (precondizione della crescita) che lo stesso Alex reclama con forza per sé: la particolarità delle sfide che il funzionamento del giovane porta con se è ricordata nei dialoghi tra i due genitori (i parimenti bravi Clare Monnelly e Aaron Monaghan), sottolineata con notevole ironia nello stesso, illuminante scambio tra il ragazzo e suo padre nella cameretta di Alex, ma sempre giustapposta alla messa in scena di una “iper-protettività”, da parte della simpatica madre Aisling, che sembra essere guardata dal regista, innanzitutto, con occhio affettuosamente divertito. Una scelta nel segno della levità e dell’autoironia – elementi che accomunano tutti e tre i personaggi principali – che non vuole escludere le difficoltà e neanche le frustrazioni passate e presenti (ben evocate nel dialogo tra i due genitori nella frazione finale), ma che si apre gradualmente, negli 11 minuti del film, a un esito lirico e di inusitata delicatezza. Di nuovo, senza enfasi, ma con sguardo apprezzabilmente carico di empatia.
Marco Minniti







