A Syrian Woman

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7.0 Awesome
  • voto 7

Un dolore rimosso

In Siria, da ormai un decennio, si sta consumando una tragedia di cui il “civile mondo occidentale” ha da tempo perduto le coordinate, disinteressandosi del tutto della vicenda. Quasi si trattasse di un semplice episodio locale e non di un sanguinoso conflitto civile che sta creando instabilità nell’intera regione. Un atteggiamento irresponsabile i cui deleteri effetti abbiamo toccato con mano nel momento della recente pandemia, inizialmente etichettata come problema cinese, per giunta circoscritto in alcune specifiche zone.
Una delle conseguenze più evidenti di questa atipica guerra in Siria dalla durata abnorme risiede nella massiccia migrazione in altri paesi confinanti. Milioni di persone costrette a lasciare il proprio paese alla ricerca di una qualsiasi possibilità di sopravvivenza, spesso in condizioni che definire critiche suona quasi come un sinistro eufemismo. Il documentario breve A Syrian Woman – visto alla sedicesima edizione dell’ECU – The European Independent Film Festival – ci ricorda un ulteriore aspetto della vicenda, tale da costituire un autentico dramma nel dramma: quello delle donne in fuga dal paese ferocemente governato da Assad verso la assai poco ospitale Giordania. In poco più di undici minuti di durata il lavoro firmato dalla coppia di registi composta da Khawla Al Hammouri e Louis Karim Sayad DeCaprio, di impianto formale molto tradizionale, lascia giustamente spazio alle storie raccontate dalle varie protagoniste. E sono proprio quelle parole a lasciare il segno, a fornire l’esatta dimensione di una sorta di olocausto consumato, appunto nell’indifferenza generale, in pieno ventunesimo secolo. Tante vicende umane con un unico comun denominatore: quello del costante pericolo a cui vanno incontro le donne costrette all’emigrazione forzata nell’ambito di paesi “culturalmente” votati al maschilismo più bieco.
Campi profughi dove la violenza, non solamente sessuale, è all’ordine del giorno. Ricatti di ogni tipo da subire per guadagnarsi il necessario per sbarcare in qualche modo il lunario, dovendo spesso mantenere anche il resto della famiglia composta da figli e figlie ancora giovanissimi. Da nutrire e, soprattutto, proteggere. Storie di vita differenti e eppure eguali, che confluiscono fino a comporre il mosaico di una tragedia capace di toccare vette di dolore insondabile. Ma a restare scolpita nella memoria, ancora più dei racconti di intollerabile crudezza, è la dignità assoluta delle donne intervistate. Persone che hanno visto cambiare radicalmente, in peggio, le loro esistenze nell’arco di pochissimo tempo. E nonostante tutto si sono adattate alla lotta, spinte non solo dall’istinto di sopravvivenza ma anche dal desiderio di affermare loro stesse come esseri umani aventi diritti al pari degli altri. Uno dei quali diritti è proprio quello di anelare ad una vita migliore. Da ricordare in ogni circostanza a tutti quelli del classico “aiutiamoli a casa loro“, frase fatta buona solo per ripulire una volta di più coscienze ormai irrimediabilmente corrotte.
La realtà, quella raccontata in documentari narrativi come A Syrian Woman, ci dice tutt’altro: tendere una mano non è un delitto ma un gesto che eleva anche chi lo compie, in un mondo caotico dove chiunque può facilmente scivolare in una condizione di difficoltà estrema.

Daniele De Angelis

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