Ora ti sento
Bullismo, solitudine e amicizia: sono questi i temi che danno sostanza e spessore drammaturgico alla storia e ai personaggi che animano A Silent Voice, il teen-drama che Naoko Yamada ha tratto dal manga omonimo di Yoshitoki Oima, presentato nel concorso lungometraggi della 15esima edizione di Imaginaria, a una manciata di mesi di distanza dall’anteprima italiana al Future Film Festival.
Proprio la proiezione nella suggestiva cornice del Chiostro di San Benedetto di Conversano è stata l’occasione per entrare in contatto con l’universo narrativo e la dimensione estetico-formale del cineasta nipponico, qui alla sua terza esperienza negli anime. Un incontro con quest’opera e il suo autore che ci è servito a riscoprirne ulteriormente il grande talento, lo stesso che alimenta la filmografia dell’illustre connazionale Makoto Shinkai, del quale in passato abbiamo avuto la fortuna di ammirare sugli schermi nostrani perle come Oltre le nuvole e Your Name. Alcuni aspetti del loro modo di fare e concepire il cinema d’animazione risultano a una prima lettura, piuttosto vicini e con una certa affinità elettiva, sia sul piano visivo che drammaturgico. Quest’ultimo trova terreno fertile nel minimalismo del plot, così come nel disegno dei personaggi e delle ambientazioni. Per quanto concerne il tratto animato, questo presenta più di una assonanza tra i due, con Yamada che guarda continuamente allo stile del collega. Ciononostante, il regista giapponese lo personalizza introducendo punteggiature cinematografiche che ne arricchiscono la proposta e la varietà, a cominciare dalle soggettive, dai cambi di fuoco e dalle inquadrature prospettiche.
Se, invece, si decidesse di scavare ancora più in profondità, ossia al di sotto della superficie narrativa sino ai raggiungere i sub-strati dello script, una sostanziale differenza tra Yamada e Shinkai non può che emergere in maniera evidente e prepotente agli occhi dello spettatore di turno. Tale differenza risiede nell’allargamento degli orizzonti narrativi del secondo verso una dimensione fantasy o onirica, che finisce con l’allontanare le storie e le one lines dei personaggi da quella terrena alla quale, al contrario, il primo non intende mai distaccarsi. In A Silent Voice, così come nei precedenti film (K-On! e Tamako Market), Yamada ha sempre mantenuto il tutto saldamente ancorato alla realtà e al quotidiano, osservati e raccontati entrambi facendo costantemente attenzione alle piccole grandi cose della vita, ai temi universali che ne segnano le tappe e le fasi, agli stati d’animo e alle emozioni mutevoli che ne caratterizzano il vorticose valzer. In tal senso, la pellicola del 2016 si presenta come il più classico dei romanzi di formazione, che trae linfa narrativa e drammaturgica proprio dalla quotidianità di un ragazzo e di una ragazza chiamati a fare i conti con le difficoltà che essa presenta fuori e soprattutto dentro il delicatissimo macrocosmo scolastico.
Ci ritroviamo catapultati nel mondo della piccola Shoko Nishimiya, affetta da sordità. Presa in giro da tutti, subisce il bullismo del suo compagno di classe Shoya Ishida, oggetto anch’egli delle angherie dei suoi coetanei. Terminati quei difficili anni scolastici, Shoya si nasconde nel suo isolamento e non riesce ad affrontare lo sguardo altrui, fino a quando non decide di rivedere Shoko e farsi perdonare per il suo vile comportamento.
Alle tematiche sopraccitate se ne aggiungono dil ulteriori, altrettanto universali, come ad esempio l’accettazione dell’altro, che lo script di A Silent Voice ha saputo racchiudere e custodire, anche se per onestà di cronaca spalmati su una timeline a nostro avviso eccessivamente dilatata. Quest’ultima, oltrepassando le due ore (129 minuti per la precisione), rischia in più di un’occasione di arenarsi a causa di ridondanze e di futili digressioni, ma la bravura di Yamada, la poesia di certe immagini da lui concepite (vedi quelle acquatiche) e i molti passaggi emotivamente coinvolgenti (il confronto fisico in classe tra Shoya e Shoko su tutti) che costellano il racconto, fanno in modo che tali ostacoli vengano a conti fatti bypassati. Ciò che resta è un’opera intensa che sa come accarezzare le corde del cuore e inumidire gli occhi dei più sensibili.
Francesco Del Grosso









