A Bitter Story

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il bivio

Prima o poi arriva per tutti il momento in cui bisogna decidere quale strada prendere quando si giunge di fronte a un bivio. Questa è la metafora perfetta, e non a caso la più utilizzata, per descrivere quella fase della vita in cui una persona nel lasso di tempo di un alito di vento si trova a dovere decidere del suo futuro. Le possibilità a disposizione sono il più delle volte due: restare o andare, seguire le orme oppure distaccarsene, assecondare il destino che qualcuno ha scritto per te oppure scriverlo di proprio polso.
In A Bitter Story, menzione speciale nella competizione di Italiana.doc del Torino Film Festival 2016 e in concorso nella sezione Le donne raccontano del 24° Sguardi Altrove Film Festival, Francesca Bono ci porta in prossimità di un bivio, lì dove stagione dopo stagione si sta raccogliendo un foltissimo gruppo di adolescenti di origini cinesi. Per la precisione ci troviamo a Barge e Bagnolo, due piccoli comuni ai piedi delle Alpi, in cui da secoli l’attività principale è l’estrazione della pietra e in cui, dalla fine degli anni Novanta, è presente la seconda comunità cinese d’Europa, sviluppatasi sempre di più grazie ai frequenti ricongiungimenti familiari. È qui che per questi ragazzi inizia un altro anno scolastico, con la stessa incertezza rispetto al futuro, ma con una novità: un laboratorio teatrale ideato e realizzato per loro. Il senso di smarrimento che spesso contraddistingue l’adolescenza si accentua ancor più quando questa è vissuta lontano dal paese di origine. I giovani protagonisti si muovono tra un passato rappresentato dalla cultura e dalla lingua dei padri ed un presente fatto di giorni che si ripetono tutti uguali in un contesto dove vivono da stranieri nonostante contribuiscano al processo produttivo dell’area. Comune denominatore: la difficile affermazione dell’identità.
Nella prima prova dietro la macchina da presa la Bono, che nel bagaglio ha un’esperienza nel mondo della fotografia (si vede nella composizione di ogni singola immagine), condensa una serie di tematiche ad ampio spettro ed estremamente delicate, dando vita a un’opera che riesce ad essere allo stesso tempo intima e universale. Queste due anime coesistono e non entrano mai in conflitto, con l’una che non prende mai il sopravvento sull’altra. Il merito è dell’equilibrio e del controllo della materia che la regista è riuscita a ottenere nel corso delle riprese, preservati successivamente anche nella fase di post-produzione. Il tutto è frutto della capacità dimostrata dall’autrice di penetrare in punta di piedi nella quotidianità di un microcosmo senza stravolgerlo, manipolarlo e soprattutto senza alterarlo. Gli strumenti messi in campo dalla Bono sono l’auto-narrazione (piccoli video-diari affidati ad alcuni protagonisti, nei quali confidano paure, ricordi, ansie e speranze), l’ascolto e soprattutto l’osservazione della realtà e delle dinamiche umane. La macchina da presa diventa di fatto invisibile e non costituisce mai un ostacolo alla ricerca della verità. Ciò ha permesso alla regista di restituire sullo schermo una sorta di romanzo di formazione collettivo, nel quale hanno trovato spazio una serie di  delicati ritratti di adolescenti alla ricerca di un’identità, attraversati da momenti di sospensione dove lo spaesamento prende il sopravvento.
A Bitter Story si apre e si chiude con la stessa potentissima immagine, che da sola basterebbe a riassumere in pochi secondi la forza intrinseca dell’opera e i messaggi dei quali si fa portatrice sana: un ragazzo si fa largo nella nebbia a bordo di una bicicletta, con la fatica che si fa sentire pedalata dopo pedalata. Riuscirà ad arrivare in cima alla salita che sta affrontando?

Francesco Del Grosso

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