Non è un paese per giovani

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E il nostro cinema? Quant’è giovane il nostro cinema?

Giovani promettenti e la voglia di realizzare i propri sogni. Talento e voglia di fare in un paese che sembra non voler puntare affatto sulle nuove generazioni. E poi la crisi, la crisi ed ancora la crisi. Sembrano questi, a quanto pare, i perni intorno a cui girano gran parte delle produzioni italiane considerate maggiormente “impegnate”. E, dal momento che questa benedetta crisi non sembra affatto voler rientrare, è piuttosto prevedibile l’arrivo in sala di tanti altri prodotti del genere. Stesso discorso vale, ad esempio, per Non è un paese per giovani, ultima fatica di Giovanni “Manuale d’amore” Veronesi, il quale, però, più che mettere in scene le solite trite e ritrite peripezie dei giovani disoccupati nel nostro paese, questa volta ha ben pensato – riprendendo il titolo della trasmissione in onda su Radio2 da lui condotta insieme a Massimo Cervelli – di raccontarci cosa succede ai nostri ragazzi una volta giunti all’estero. Ed ecco che la storia prende il via.
Sandro (Filippo Scicchitano), timido ed insicuro ventenne, sogna di diventare scrittore. Luciano (Giovanni Anzaldo), suo coetaneo, è coraggioso e brillante, ma con un misterioso lato oscuro. I due si conoscono nel ristorante in cui lavorano e decidono di partire per Cuba, al fine di aprire una loro attività. Qui verranno ospitati da Nora (Sara Serraiocco), loro connazionale allegra e vivace, ma con un difficile passato alle spalle. Iniziare una nuova vita e trovare una propria strada, però, non sarà poi così facile.
Da quanto si può intuire, le premesse per una visione che sa tanto di déjà vu ci sono tutte. E, di fatto, Giovanni Veronesi si è in qualche modo divertito a rimescolare un po’ le carte, basandosi su quanto uscito in Italia negli ultimi anni, al fine di creare qualcosa di diverso. O, comunque, qualcosa che possa fare da denuncia, che possa, in qualche modo, proclamare a gran voce il diritto di ogni giovane di costruirsi il proprio futuro e di trovare un proprio posto nel mondo. Al di là di ogni possibile impedimento. E, di fatto, la scelta di raccontare il “dopo”, si è rivelata qui una trovata intenzionalmente interessante. Peccato solo che questo voler rimescolare le carte possa, alla fin fine, far venire in mente altri lavori preesistenti. In questo caso, ad esempio, per struttura ma anche per quanto riguarda la costruzione dei personaggi, non possiamo non ripensare a Che ne sarà di noi, gloria dello stesso Veronesi del 2004, dove un impacciato Silvio Muccino sembra somigliare assai al Filippo Scicchitano dei nostri giorni, così come il personaggio di Valeria Solarino sta proprio tanto a ricordarci la candida Nora di Non è un paese per giovani. E, badate bene: non si tratta di plagio, in questo caso. Più che altro è stato lo stesso Veronesi a citare – volontariamente o meno – sé stesso, creando, ovviamente, qualcosa di maggiormente adatto al contesto attuale.
Eppure, con ciò non si vuol relegare Non è un paese per giovani a quel gruppo di prodotti pretenziosi ed urticanti che affollano le nostre sale. Perché, di fatto, questo ultimo lavoro di Veronesi una sana dose di spontaneità e genuinità ce l’ha. Quantomeno ha evitato il pericoloso cliché del giovane italiano squattrinato, iperqualificato e disoccupato. Senza contare trovate vincenti collocate qua e là all’interno della messa in scena, come la figura di Cesare, padre di Sandro – interpretata da Sergio Rubini, quasi sempre una garanzia – e la numerosa e pittoresca famiglia cubana che ha adottato la giovane Nora.
E sia. Questo Non è un paese per giovani, malgrado il pericoloso e (in)evitabile buonismo dove alla fine prevedibilmente va a parare, non è del tutto da buttare. Se non altro per la capacità di ricostruire atmosfere e piccoli ma significativi dettagli che non possono che rivelarsi riusciti salvataggi in corner. Visto, approvato, archiviato.

Marina Pavido

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