La videoarte e il labirinto cromatico di NWR
Nicolas Winding Refn torna nelle sale dal 1º ottobre 2026, spingendo ancor più oltre i confini del suo personale e inconfondibile stile visivo. Con Her Private Hell, il regista danese dà vita ad una sorta di prosecuzione spirituale e concettuale delle sue opere più visionarie, ossessive e patinate come The Neon Demon e la serie Tv Too Old to Die Young, immergendo lo spettatore in un incubo sensoriale onirico, violento e ipnotico.
L’ambientazione è sospesa in una realtà liminale costellata dal lusso e dal fascino del doppio. Elle, incarnata da una magnetica Sophie Thatcher (già ammirata in thriller psicologici e sci-fi quali Heretic e Companion), ritorna nella casa del padre Johnny Thunders (Dougray Scott), dove trova Hunter, giovane modella in cerca di successo, e la sua giovane matrigna.
Il film di Refn, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2026, mette in scena la decostruzione della famiglia e dei traumi ereditari. Il padre di Elle – figura assai enigmatica e ambiguo regista che porta lo stesso nome della leggenda del rock Johnny Thunders – racconta loro la leggenda dell’oscuro Leather Man: un’entità diabolica che esce dalla nebbia per uccidere in maniera efferata giovani ragazze. Quella che nasce come un’opportunità di riscatto professionale e familiare si trasforma rapidamente in un perverso labirinto psicologico e fisico, dove l’ambizione incontra rituali sado-feticisti e figure di potere prive di scrupoli. Come da tradizione per il marchio NWR, la narrazione classica cede il passo a una composizione di quadri statici, luci al neon saturate (con netta predominanza di blu elettrico e rosso magenta) e rallentamenti esasperati.
Il suo Her Private Hell strizza l’occhio al cinema di Dario Argento e Mario Bava, soprattutto per la tavolozza cromatica e l’illuminazione irreale, sfiorando l’universo onirico di David Lynch, e rievocando suggestioni con il cinema di Brian De Palma grazie alla colonna sonora firmata da Pino Donaggio. Lo sguardo è rapito da inquadrature che richiamano la videoarte di Bill Viola, mentre i sintetizzatori electro-dark scandiscono un battito cardiaco alieno, che trascina chi guarda in uno stato quasi ipnotico.
Il corpo diviene merce di scambio e rappresentazione del vuoto esistenziale moderno: la bellezza è una maledizione e la violenza viene sublimata a forma d’arte. In questo contesto, Sophie Thatcher risulta pienamente nella parte, immolandosi in favore della macchina da presa, che ne esalta i contorni incastonandola in una vera e propria installazione artistica, supportata anche da una cura certosina per il make-up.
Her Private Hell è un’opera pura, priva di compromessi e dichiaratamente divisiva. Chi cerca una sceneggiatura lineare o dinamiche narrative convenzionali rimarrà spiazzato o frustrato, complice una voluta ed eccessiva dilatazione dei tempi; chi invece vive il cinema come esperienza viscerale, formale e sensoriale, troverà in Refn un maestro capace di trasformare il “privato inferno” della sua protagonista in un magnifico incubo pop.
Fabrizio Battisti









