Conversando con il grande regista al Festival di Roma
Tra le note positive della Festa del Cinema di Roma 2012 c’è stata anche, a nostro avviso, la presentazione di alcuni film a episodi dotati di un’anima. Non una mera esposizione di firme importanti, quindi, ma l’opera di registi impegnati in un progetto coerente, sotto il profilo etico e artistico. Il primo esempio che ci viene in mente è Centro histórico, film collettivo dedicato da Aki Kaurismäki, Pedro Costa, Víctor Erice e Manoel de Oliveira a Guimarães, città dove è nata la nazione portoghese. Curiosamente è proprio il lusitano de Oliveira, ultracentenario quanto mai vispo e attivo, a fare da trait d’union con l’altro film che ci ha particolarmente colpiti: Mundo invisível. Quando questo film collettivo focalizzato sulla città di São Paulo in Brasile e sull’idea di invisibilità è stato presentato al Maxxi, la mattina del 17 novembre, si percepiva nell’aria una certa commozione; ciò è dovuto al fatto che l’ideatore del progetto, quel Leon Cakoff che è stato a lungo direttore della Mostra Internacional de Cinema de São Paulo, è venuto a mancare relativamente da poco. Pensiamo che i registi coinvolti nell’impresa, ovvero Atom Egoyan, Beto Brant, Cisco Vasquez, Gian Vittorio Baldi, Guy Maddin, Jerzhy Stuhr, Laís Bodanzky, Manoel de Oliveira, Marco Bechis, Maria de Medeiros, Theo Angelopoulos e Wim Wenders abbiano saputo render omaggio con idee cinematograficamente valide, vive, allo spirito di questo lavoro e di chi l’aveva concepito.
Chi più chi meno, ovviamente, perché non tutti i cortometraggi possono avere lo stesso impatto. A noi sono particolarmente piaciuti i contributi offerti da Egoyan, Bechis, de Medeiros, Maddin, Angelopoulos, Wenders. Con soli quattro autori presenti alla proiezione, è stata quindi una doppia fortuna poter bloccare per qualche minuto Marco Bechis, che oltre ad aver girato uno degli episodi per noi più significativi è il regista cui si devono Garage Olimpo, Hijos, La terra degli uomini rossi, opere ormai scolpite nella nostra memoria. Tra l’altro il suo corto, Tekoha, si riallaccia proprio alla presenza nella città paulista degli indios Guarani-Kaiowá, che lo avevano accompagnato al festival brasiliano per la presentazione del film da loro interpretato, La terra degli uomini rossi. Dall’idea di farli passeggiare nel parco Trianon, più un angolo di foresta tropicale nel cuore della metropoli che una semplice zona verde, così come dall’idea di dar voce agli sguardi perplessi, maliziosi e diffidenti delle persone che incontrano, scaturisce un’atmosfera di indubbio spessore; atmosfera spezzata poi dall’ironico e folgorante intervento di uno degli indios. Di questo e del suo cinema in generale abbiamo parlato con Bechis, nel corso di una breve intervista. Intervista alla quale ha partecipato anche l’amica Valentina D’Amico, collega di Movieplayer.
D: Si potrebbe partire da quest’ultimo lavoro, l’episodio diretto per il film collettivo Mundo invisível, per contestualizzarne meglio la genesi e anche il fil rouge che lo ricollega a un tuo precedente lungometraggio, La terra degli uomini rossi. Cosa puoi dirci riguardo a questo e riguardo all’esperienza avuta a San Paolo?
Marco Bechis: Esatto, io ero andato alla Mostra Internacional de Cinema de São Paulo per presentare La terra degli uomini rossi ed è stata una scelta felice. Prima qui è stato ricordato Leon Cakoff, che insieme alla moglie Renata de Ameida era direttore del festival e che purtroppo è scomparso di recente: fu proprio Leon a propormi di girare un episodio, dopo che lui stesso aveva fatto girare, interpretandolo anche come attore, quello diretto da Manoel de Oliveira. Per il momento c’era solo quel cortometraggio, me lo aveva fatto vedere esortandomi a realizzare anch’io qualcosa. Non so bene, ma stava sondando il terreno anche presso altri. Forse Wenders aveva già cominciato a girare. Da parte mia, ovviamente, gli ho subito detto di sì, perché mi interessava l’idea di un film collettivo e perché avevo con me gli attori che avevano interpretato La terra degli uomini rossi, ovvero gli indios venuti alla presentazione del loro film.
D: Così come era avvenuto a Venezia, giusto?
Marco Bechis: A Venezia era la prima volta che andavano al cinema, la seconda è stata in Brasile, a São Paulo. E così ho avuto l’intuizione di questo parco, che in realtà è un pezzo di foresta rimasta intatta, dove loro sono entrati e ha poi luogo ciò che si vede nel corto. Ricordo che nel finale ho chiesto ad Ambrosio, leader nel lungometraggio e anche in questo piccolo corto, come avrebbe reagito a uno che gli si parasse davanti chiedendogli: “Ma tu sei indiano?” E lui ha tirato fuori questa frase meravigliosa, qualcosa come “São parecido”, che in italiano si potrebbe rendere “Così sembra” e sta a significare, volendo, “Non mi svelerò a te”. Quindi è venuto fuori questo piccolo corto. L’invisibilità degli indigeni in Brasile è ancora un dato di fatto, si tratta di una vera e propria invisibilità sociale.
D: Non a caso si è parlato, anche recentemente, di qualche forma di protesta estrema. Appena tre settimane fa sono giunte notizie allarmanti proprio sui Guarani-Kaiowá, cosa puoi dirci di quanto sta accadendo in Brasile?
Marco Bechis: In realtà, il fatto che certe notizie arrivino anche qui non cambia molto le cose. Han detto, i Kaiowá, che loro minacciano in tanti modi, ma di fatto sono proteste che rimangono là, purtroppo, perché poi la gente se ne strafrega. Cioè non vi è sensibilità sociale su questo problema. Un po’ lo stesso rapporto che gli italiani hanno con gli immigrati. In Italia si potrà parlare dei poveri popoli del Mali, a volte, ma poi, se parli di uno straniero in Italia, tutti guardano dall’altra parte. Ecco, nelle grandi città della penisola siamo pieni di zone invisibili, di forme di sfruttamento estremo dei migranti. Non solo in Italia, ovvio, ma qui si nota molto. Come anche l’invisibilità della violenza sulle donne. Se uno vuole parlare della parola “invisibilità”, la può declinare in migliaia di modi. E ciò vale in Italia, a Roma, non c’è bisogno insomma di andare lontano. Quindi l’esperimento di Mundo invisível, quantomeno il mio capitolo ma mi sembra che gli altri si collochino nella stessa direzione, sembra voler dire: “Sono qua. Cosa c’è di invisibile qua? E nel caso in questione è una foresta, che non c’è più, e con essa gli indiani, che non sono considerati per niente. In Argentina avevo una donna che lavorava a casa, una “collaboratrice domestica” come si dice ora, e dove stavo io ce ne erano tante così; lei è morta quest’anno, si chiamava Tessy e in pratica mi ha cresciuto, tant’è che siamo rimasti molto amici fino a quando è morta. Per esempio, lei era indigena. E quando da piccolo le chiedevo “Ma tu da dove vieni?”, lei rispondeva “Dalla Spagna”, negando profondamente qualsiasi origine indigena, perché non era ben vista. Allora, in Argentina persino peggio che in Cile, in Brasile o in altre realtà sudamericane, che in fondo condividono la stessa sindrome, sembrava che gli indios non esistessero: peraltro una volta c’erano in Argentina, ma nei secoli sono stati ammazzati praticamente tutti. Adesso qualcosa si sta trasformando. C’era una vecchia profezia Inca che diceva che dopo 500 anni le cose sarebbero cambiate. Questo calcolo andrebbe fatto dal 1492 al 1992, direi quindi che dal 1992 o giù di lì la questione indigena è risorta.
D: A proposito delle scelte espressive con cui hai reso questa indifferenza, questa barriera invisibile che c’è tra gli indigeni e l’altra gente, ci hanno colpito nel corto le voci fuori campo che esprimono uno sguardo incredulo, volendo anche cattivo: cosa puoi dirci in proposito?
Marco Bechis: Voglio intanto dire che mi sembrava un modo di raccontare quella realtà in modo ironico, perché poi è l’ironia degli indigeni che mi interessa, sicché alla fine sono loro a fare ironia su di noi, e questo mi è parso molto bello. Giusto, no? La battuta che si ricordava prima, del resto, è uscita proprio da uno di loro e crea quella consapevolezza in chi guarda di doversi fare delle domande. “Insomma, allora è vero che non li guardiamo mai?”, uno dovrebbe chiedersi. Bisogna guardarli, per sapere chi sono.
D: Allargando un po’ il discorso al tuo cinema in generale, come descrivere questo tuo rapporto con la realtà e con quello che c’è dietro, ad esempio la dimensione più intima degli esseri umani, cosa che in un film come Hijos colpisce in modo particolare? Per dirla diversamente, c’è una realtà storica drammatica e il vissuto interiore dei personaggi: come ti muovi per rappresentare entrambi gli aspetti?
Marco Bechis: Dunque, se mi si chiede come si rappresenta il vissuto interno dei personaggi, in particolare un vissuto drammatico, posso dire che nei miei film ho tentato di raccontarlo attraverso l’espressione artistica. Cosa vuol dire: essenzialmente che ho tentato di evitare un unico canale. Se per esempio io avessi fatto di Hijos un melodramma, in cui questi due genitori o meglio finti genitori si strappavano i capelli, se avessero urlato “Ah, mio figlio!”, sarebbe stata un’altra cosa ma soprattutto avrei giustificato emotivamente questi signori, che pure avranno sofferto per questa situazione; signori dei quali io non mi occupo. Allora la scelta artistica qual è? Metterli sullo sfondo. Al contrario la produzione televisiva italiana li avrebbe piazzati in primo piano, con le loro urla, con i loro problemi. E poi ho tentato di rendere una cosa che per me in quel momento era inesprimibile, come la confusione che vive un ragazzo in quella situazione lì, con delle scene, tipo buttarsi giù dall’aereo col paracadute, senza sapere che in realtà la passione per il volo che lui aveva era una passione genetica; tra virgolette, perché veniva fuori da una esperienza che lui non aveva memorizzato, che non conosceva, ma che si era portato sempre con sé perché i suoi veri genitori erano stati buttati giù da un aereo. Quindi queste cose le metto dappertutto, perché è quello il mio lavoro artistico, non è quello di far recitare più o meno ben un’attrice. Certo che deve recitare bene; però ad essere davvero importante è come dice le cose, oppure come ometto delle cose da dire perché le faccio dire da altri media, magari da uno sfondo. Il fatto che ci sia fuori una finestra con un cielo grigio c’entra in questo caso. Il fatto che ci sia una seduta di paracadutismo c’entra. Il fatto che a un certo punto lui questo paracadute non lo apra c’entra, e così via. Quindi per me la creazione artistica è nel momento in cui il film si fa, la sceneggiatura serve a darti la traccia, gli attori sono quelli che ti permettono di esprimere quel tuo sentimento, ma poi tutto avviene lì, si plasma lì. Un quadro si fa e poi si vende. Lì devi prima venderlo, il film, sennò non hai i soldi per farlo, e poi lo devi fare; quindi è molto più difficile, perché devi vendere qualcosa che ancora non c’è.
D: Un’altra curiosità è scaturita dai corti di Mundo Invisível, che tra loro posso essere anche molto diversi. Ora che hai di fronte il film completo, come ti relazioni al lavoro degli altri? Ed era il primo film collettivo cui partecipavi?
Marco Bechis: Mi relaziono bene, la prima sensazione che ho avuto è stata positivissima e di libertà totale, ognuno ha fatto quel che ha voluto. Poi ci sono gli episodi che mi piacciono di più e quelli che mi piacciono di meno, ma questa capacità critica, come ho detto anche in conferenza stampa, ci deve essere. Il corto del mio amico Beto Brant, brasiliano, la prima volta che l’ho visto a São Paulo non ci ho capito nulla. Oggi ci ho capito un po’ di più, forse perché l’ho visto una seconda volta e perché lui era in sala, tant’è che gliel’ho pure detto e abbiamo potuto parlarne un po’. Dal punto di vista distributivo, mi auguro che il film possa essere visto al cinema, anche se questo bisogna chiederlo ai produttori: dovrebbe essere tutto sommato un incentivo, per il pubblico, potersi confrontare con un tot di idee diverse, realizzate da registi più o meno famosi, invece di un unico film firmato da un unico regista, film che in fondo potrebbe anche rivelarsi brutto. Che io ricordi, tra l’altro, dovrebbe essere la prima volta che partecipo a un film collettivo.
D: Avendo tu realizzato film come Garage Olimpo e Hijos, pensi di aver già espresso le cose più urgenti che avevi da dire sul recente passato dell’Argentina, oppure pensi in futuro di volerci tornare, di voler raccontare altre storie sul periodo della dittatura?
Marco Bechis: No, sulla dittatura no. Ho già fatto quei due film. Altre cose sì. Nel senso che per raccontare l’Argentina, e mi piacerebbe sul serio avere il tempo di poterlo fare, ci devo tornare a vivere. Sono scelte più radicali, ma non è detto che non ci vada.
D: Per caso hai seguito l’evolversi della situazione argentina in questi anni attraverso l’opera di altri registi, come ad esempio Solanas, che ha affrontato il periodo della crisi economica soprattutto coi documentari e che ha comunque un passato importante?
Marco Bechis: Io non li ho visti gli ultimissimi film, però non ho dubbi sul fatto che il suo lavoro sia molto importante, forse più teso ultimamente ai contenuti che alla forma, stando al ricordo più recente che ho di un suo lavoro. Credo fosse Diario del saccheggio. Ma le sue sono opere di grosso rilievo, Solanas è un tipo che pensa, tra l’altro combatte politicamente in Argentina, ed è stato anche gambizzato per questo. Lui ha anche un suo movimento politico certamente importante, pur non essendo io molto d’accordo con la sua visione politica generale, così come non sono d’accordo completamente con la visione ufficiale, ma alla fine mi situo in quell’area lì. Certamente non sono uno che si oppone al governo in modo radicale, anche se ci sono troppi elementi che lo stesso Solanas ha individuato a livello di corruzione e di mancanza di una limpida gestione della cosa pubblica, e così via. Diciamo che Solanas sarebbe il più europeo di tutti i politici argentini, il più europeo non in senso negativo, ma in un senso “british” che per me è il senso autentico della parola “europeo”. E’ una voce critica, che ci vuole, ma bisogna fare poi attenzione a non lasciare aperti spazi pericolosi perché comunque in Sudamerica la battaglia, trattandosi di democrazie così giovani, è sempre una battaglia al coltello. Non è una democrazia stabilizzata, anche se sono passati più di vent’anni dalla dittatura. C’è bisogno di un tempo ulteriore perché si affini. Dopo l’esperienza di un doppio governo kirchnerista, sicuramente si tornerà a un governo conservatore, perché è quella l’alternativa, ma speriamo che nel frattempo un partito conservatore maturo ci sia; perché se non c’è potrebbero subentrare problemi, problemi che ci sarebbero pure se nel frattempo non si crea una sinistra capace di fare opposizione. Mi piacerebbe, insomma, che l’Argentina diventasse una democrazia vera. Lo è una democrazia, ma ancora piena di distorsioni. Attenzione, per esempio, a quanto accade in Italia!
D: A proposito del nostro paese, viene spontaneo riallacciarsi a questo per chiederti cosa ne pensi della possibilità di un cinema civile in Italia, a partire da quello che si fa oggi.
Marco Bechis: Con il cinema civile bisogna prestare molta attenzione a come lo si definisce, perché il cinema civile per me è un cinema che è fatto politicamente, e non è un cinema politico. Lo dico perché a me Romanzo di una strage ha fatto schifo e ce ne sono un sacco di film di questo genere qua. Sono film che sono ruffiani, che usano un argomento che ci tocca a tutti risultando quindi doppiamente ruffiani. Se lui fa quel film lì sui ragazzini degli anni ’70, che lo faccia, ti può piacere o non piacere un film di Giordana; ma fare un film su Piazza Fontana travisando la realtà, rendendo ridicoli i personaggi, focalizzando tutto sul commissario Calabresi, mi fa dire: che cazzo me ne può fregare di Calabresi, simpatico, poverino perché l’hanno ammazzato, quando poi non è la mia storia. Allora tu mi stai manipolando triplamente, perché mi stai usando un argomento politico, civile, perché dedichi il film alle vittime di Piazza Fontana, perché lo fai con Cattleya e con cinque milioni di Euro guadagnandoci magari 700.000 Euro per la regia. Tutto questo per fare poi una schifezza. No, se quello è il cinema civile, non lo voglio fare. Cinema civile vuol dire un cinema responsabile che si esprime dall’idea alla realizzazione e alla distribuzione in modo completamente indipendente, un cinema che offre una visione; ciò che ho tentato di fare io è un po’ questo, se magari non dico che i miei film siano tutti indagini, dico sicuramente che quella è stata sempre la mia ossessione.
Adesso ho diversi progetti nuovi su cui sto lavorando.
D: E puoi anticiparci nulla su questi progetti?
Marco Bechis: Ah, niente!
Bechis sorride nel dirlo, poi ci salutiamo cordialmente e lui corre via, già pronto per un altro impegno.
Stefano Coccia









