Viaggio ai confini dell’impero (sovietico)
Che Sergei Loznitsa fosse un cineasta prolifico con le mani sempre in pasta in qualcosa lo dimostra la mole consistente e variegata di opere prodotte dai primi anni Duemila sino ad oggi tra documentari e fiction, che puntualmente si sono affacciate con riscontri più che positivi sui grandi palcoscenici festivalieri internazionali. Non è da meno la sua ultima monumentale (175 minuti) fatica documentaristica Imperium, realizzata con cura e pazienza tra un impegno e l’altro (The Invasion e Two Prosecutors) nell’arco di due anni, che ha avuto la sua anteprima mondiale nel fuori concorso dell’83esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Con Imperium, il cui titolo riprende l’omonimo libro di Ryszard Kapuściński, il regista bielorusso di adozione ucraina prosegue il suo importante e prezioso lavoro di ricerca sulla memoria storica attraverso il cinema d’archivio, costruendo pezzo per pezzo un altro imperdibile film di montaggio. Stavolta la sua lente d’ingrandimento lo ha portato a focalizzare l’attenzione sull’Unione Sovietica degli anni Settanta, nello specifico quella del triennio che va dal 1970 al 1973. Un arco temporale circoscritto che diventa oggetto di studio e approfondimento per dare forma e sostanza a un documento audiovisivo interessante, affascinante e inedito, per i motivi che andremo ad evidenziare. A renderlo tale è la straordinaria materia prima messa a disposizione di Loznitsa, filmata in quel periodo da una spedizione di cineasti italiani guidata dall’antropologo Diego Carpitella e che vide coinvolti a vario titolo anche Folco Quilici, Luigi Di Gianni, Giorgio Arlorio, Giuseppe Ferrara, Rudi Assuntino e Gianni Bonicelli. Da quella che di fatto risulta essere la più grande realizzazione cinematografica permessa a registi stranieri nel territorio dell’URSS è stato prodotto un vero e proprio patrimonio composto da 482 rulli di pellicola a colori in 16 mm, pari a quasi 60 ore di girato, di cui sono in gran parte andate perdute le registrazioni sonore, conservato presso l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) e visionato ormai due anni or sono dal cineasta in occasione della sua partecipazione alla seconda edizione del festival UnArchive Found Footage Fest, nel maggio 2024, quando il regista Sergei Loznitsa ha potuto visitare la sede dell’archivio capitolino.
Imperium nasce dunque dai suddetti materiali realizzati durante quella spedizione nella vastità dell’Unione Sovietica, riportati alla luce grazie a una coproduzione europea che coinvolge Italia, Germania, Francia e Lituania, attraverso un’operazione di recupero, restauro e digitalizzazione che ha visto collaborare, per la prima volta, AAMOD, Archivio Luce Cinecittà e Cineteca Nazionale. Il tutto affidato alle mani sapienti di uno dei massimi esperti di film di montaggio, autore di perle del genere del calibro di The Natural History of Destruction e Process, piuttosto che Factory, The Event, Austerlitz e State Funeral, aiutato nella delicata operazione di editing dal sodale Audinga Kucinskaite. Con il contributo di quest’ultimo, Loznitsa mette insieme i tasselli di un viaggio visivo e immersivo che riavvolge le lancette dell’orologio per restituire il mosaico di culture che lo Stato sovietico cercò di uniformare. Si tratta di un tour a tappe che parte da Mosca (dalle immagini della monumentale parata del Congresso del PCUS del 1973) e termina tra le strade innevate di Leningrado. Nel mezzo attraversa oltre venti Regioni: dall’Oceano Artico ai Carpazi, passando per il deserto del Karakum in Turkmenistan, per le repubbliche caucasiche di Georgia, Armenia e Azerbaigian arrivando in Uzbekistan e Tagikistan e infine al Pacifico.
Per comporre questo affascinante mosaico, l’autore si affida esclusivamente alla potenza intrinseca e ai contenuti delle immagini di repertorio. Si tratta di un materiale davvero unico nel suo genere per la straordinaria libertà espressiva che lo contraddistingue. Immagini che, pur realizzate all’interno dell’Unione Sovietica negli anni della leadership di Leonid Brežnev, sfuggono ai codici della propaganda e restituiscono la complessità di un impero multietnico attraversato da profonde differenze culturali e territoriali. Da questo punto di vista, Imperium potrebbe essere il capitolo successivo e agli antipodi di Revue, il documentario di montaggio del 2008 nel quale Loznitsa firmava un viaggio nell’Unione Sovietica degli anni Cinquanta e Sessanta attraverso cinegiornali dell’epoca, tra propaganda e realtà quotidiana. Al contempo potrebbe essere anche un’opera alla Joris Ivens, simile per intenti a quel L’Italia non è un paese povero del 1960, nel quale il documentarista olandese attraversava la penisola da Nord a Sud per raccontare il lavoro, le fabbriche e la scoperta del metano e del petrolio nel sottosuolo. Il tutto con il contributo di giovani registi dell’epoca come i fratelli Taviani, Tinto Brass e Valentino Orsini. Anche nel caso di Imperium il merito va riconosciuto in primis allo sguardo dei cineasti italiani che hanno realizzato dei rari frammenti di vita quotidiana che, senza censure, offrono uno sguardo inedito sulle culture e le identità delle repubbliche sovietiche. Lontanissime dalle riprese dei colleghi sovietici, soggetti alla censura e alla propaganda, le immagini dei cineasti italiani dimostrano un’attenzione particolare alle persone, con uno stile libero, senza soggezione verso ideologie o simboli. Da una parte assistiamo a un’altra terra dove le persone avevano una vita normale: basta vedere le riprese nei grandi magazzini di Mosca sotto Natale, con la gente che compra addobbi e guarda stupita sparuti abiti di lusso nelle vetrine. Dall’altra il film porta alla luce una nuova chiave di lettura delle dinamiche coloniali, spesso celate, dell’URSS, ma soprattutto la silenziosa resilienza dei suoi molti popoli. Dalla Capitale giungiamo fino ai villaggi più remoti, dove tradizioni secolari continuavano a sopravvivere: dalle persone vestite con abiti tradizionali alle gare di corsa in sella alle renne ai confini dell’Artico, dalle cerimonie religiose ortodosse alle preghiere buddiste, passando per i balli folkloristici, i volti annoiati della gente alle parate di regime e le donne che spaccano il ghiaccio nel fiume per lavare i panni.
Imperium è un’opera di grandissimo impatto e potenza comunicativa, che ha nell’approccio rigoroso il suo punto di forza e valore aggiunto. Questo permette al pubblico di vivere l’Unione Sovietica così come veniva vista attraverso l’obiettivo della cinepresa, senza interpretazioni, filtri o commenti imposti. E Loznitsa sposa come sempre il suddetto approccio, escludendo sia la voce fuori campo che le interviste, per consegnare il timone della narrazione unicamente alle immagini e ai suoni. La durata monstre che sfiora le tre ore (in un’edizione, quella di Venezia 83, nella quale di opere sulla lunghissima distanza non mancano: vedi i 435’ di Joie de vivre di Luca Guadagnino) sulla carta proibitiva che potrebbe scoraggiare, ma ci pensa poi una visione appassionante e ricca di sorprese a spazzare via l’ostacola e quella vena pregiudiziale.
Francesco Del Grosso
Foto © Essential Filmproduktion, Kino Produzioni, Société Parisienne de Production, Studio Uljana Kim – footage courtesy of AAMOD









