Il Re (dei Sionisti) è (messo a) nudo
Circola proprio in queste ore la notizia che Benjamin Netanyahu, tra i principali architetti del genocidio palestinese in atto a Gaza (e con propaggini inquietanti nella stessa Cisgiordania) vorrebbe avviare un’indagine sui militari israeliani che hanno offerto, in incognito, quelle testimonianze su cui è stato possibile edificare NAZA, il pregevole documentario recentemente realizzato da Yuval Abraham e Rachel Szor che di tali massacri svela alcuni dei retroscena più cinici, sadici e allarmanti. Nella farneticante e autoassolutoria ricostruzione del sionista “Bibi” il film «Diffama Israele e l’Idf nel mondo».
Ma il Re è nudo da tempo. Mentre “il vestito dell’Imperatore” tessuto coi cadaveri di migliaia di civili palestinesi non è mai stato invisibile, anzi, grida vendetta agli occhi del mondo. Tranne che agli occhi di chi per convenienza preferisce voltarsi dall’altra parte, come succede a molti governanti europei o più in generale “occidentali”. Resta però da capire una cosa: per quanto le politiche israeliane nei confronti dei vicini arabi siano state costellate dal Novecento ad oggi di episodi dei quali è impossibile andare fieri, come si è arrivati al punto che un Premier tanto discusso raggiunga un tale livello di impunità e sfacciataggine?
Il come, il quando e il perché ci vengono spiegati, con tutta la forza di un’inchiesta giornalistica in grado di raccogliere dati incontrovertibili, da The Bibi Files di Alexis Bloom, “naturalmente” vietato in Israele ma portato in Italia da una piccola e coraggiosa distribuzione, Mescalito Film. Per contestualizzare la portata di tale ricerca, basti pensare che tra i documenti più sconcertanti e audaci del film vi sono stralci degli interrogatori (mai visti prima sullo schermo) condotti da ufficiali di polizia israeliani nei confronti dello stesso Netanyahu e della sua cricca; tutto registrato in occasione della ramificata inchiesta giudiziaria sui casi di corruzione nel regime di Bibi, coi tanti, deplorevoli vizi della sua famiglia in primissimo piano, che ha fatto tremare negli ultimi anni i vertici del potere. Ciò che impressiona di più, però, non è la portata delle accuse o la vastità delle prove raccolte, ma l’atteggiamento di sfida, arrogante e volgare, esibito sia da Netanyahu che dalla moglie e dal figlio, se possibile persino più fanatici di lui, davanti alle domande degli inquirenti.
Altrettanto impressionante è il legame tra il versante giudiziario e quello politico-militare: la tesi proposta nel film, suffragata poi da una cospicua quantità di fatti e di dichiarazioni (assai rilevanti, in tal senso, quelle di alcune voci critiche ancora presenti, seppur in forma minoritaria, nella società israeliana), è che per sottrarsi alla contestazione di determinati crimini l’apparentemente imperturbabile ma in fondo paranoico Bibi abbia ulteriormente inasprito la propria vena bellicista, aggressiva, insofferente e subdola nei confronti del vicino palestinese. Da qui la narrazione si sposta infatti sulle oceaniche manifestazioni di protesta contro il premier, sugli spregiudicati interventi operati dallo stesso in ambito giuridico per salvaguardarsi da qualsiasi incriminazione, sulle molteplici ombre che contraddistinguono l’infausta data del 7 ottobre e sullo stato di guerra permanente, costato finora oltre settantamila vite, da lui promosso vigliaccamente più per proteggere i propri traffici che per qualsiasi altra millantata ragione di interesse nazionale.
E così il teso racconto giornalistico portato avanti con mano sicura dalla regista Alexis Bloom si tinge di horror, allorché entrano in scena i più fanatici, violenti e spregiudicati rappresentanti della destra israeliana e del suprematismo ebraico, Itamar Ben-Gvir (noto un tempo per aver usato toni minacciosi, intimidatori nel confronti di Rabin, poco prima che egli venisse assassinato) e Bezalel Smotrich, passati in breve da azioni di stampo squadristico ad importanti incarichi di governo.
Le conclusioni vogliamo lasciarle al distributore del film, Giorgio Beltrame, il cui intervento sui social del primo ottobre, in merito alla premiere italiana, riassume bene il senso dell’intera operazione: “Sono ancora un po’ incredulo per quello che è successo ieri sera.
The Bibi Files è un film che ho scelto di distribuire in Italia con Mescalito Film, insieme a Giulia Innocenzi, e ieri sera è stato bellissimo vedere la risposta che ha avuto.
Eravamo tantissimi, collegati contemporaneamente da oltre 130 cinema in tutta Italia. Per una sera, invece di ritrovarci in una piazza, ci siamo ritrovati al cinema: una grande manifestazione pacifica e collettiva, fatta di persone che hanno scelto di stare insieme, guardare un film, conoscere, capire e confrontarsi.
Al Cinema 4 Fontane di Roma eravamo con Alexis Bloom, la regista di The Bibi Files, Giulia Innocenzi, giornalista d’inchiesta, e Maddalena Oliva, condirettrice de Il Fatto Quotidiano. Il dibattito è stato trasmesso in diretta in tutte le sale collegate.
E poi sono arrivati i numeri, che ci hanno lasciato senza parole: 23.138 spettatori in una sola serata, che hanno portato The Bibi Files al 2° posto del box office italiano. Grazie davvero a tutti quelli che c’erano. Alle sale che hanno creduto nel film, a chi ha lavorato per rendere possibile questa serata e soprattutto alle migliaia di persone che hanno deciso di esserci. Ma quello di ieri è soltanto l’inizio. Da oggi The Bibi Files comincia il suo lungo percorso nei cinema italiani, con nuove proiezioni e repliche che stiamo aggiungendo in tutta Italia. Spero davvero che possa essere visto da più persone possibile. Perché abbiamo bisogno anche di film come questo: film che ci aiutino a conoscere ciò che è accaduto, a comprendere meglio quello che sta accadendo e, magari, a provare a costruire un futuro diverso“.
Stefano Coccia









