“Non riesco a capacitarmene, ma allo stesso tempo spiega molte cose”
Dalla trama probabilmente non lo direste mai, ma Un détour par Diane (Diane in the Loop), nonostante la sua anima sia contaminata da un velato cinismo, è una commedia francese piuttosto convenzionale, a tratti persino spensierata. Il film della coppia Ann Sirot e Raphaël Balboni, registi de La sindrome degli amori passati, si confronta infatti con tematiche impegnative come lo stupro, la repressione del trauma e la difficoltà patologica dell’omonima protagonista a interfacciarsi con il sesso maschile, scegliendo deliberatamente di esorcizzare la pesantezza che le accompagna attraverso l’inoculazione di alcuni elementi bizzarri all’interno della narrazione. Potrebbe essere lecito chiedersi, per esempio, come mai quasi tutti i personaggi di questa storia ambientata nel Belgio contemporaneo indossino un cappello da cowboy, apparentemente designato dai costumisti come simbolo di un’epidemia di mascolinità tossica. Non fa eccezione nemmeno Diane, che disprezza visceralmente gli uomini tanto quanto li desidera. Un giorno la ragazza scopre che sua madre è stata violentata da giovane, solamente tre anni prima della sua nascita, e da quel momento ha un solo obiettivo in mente: vendicarla. La madre, d’altro canto, si pente di aver condiviso il suo segreto con la figlia, ed è determinata a sopprimere la questione per non lasciare che influenzi la sua vita, come d’altronde ha sempre fatto.
Il film, presentato nella sezione Orizzonti dell‘83esima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, si apre con una scena di sesso dalla coreografia surrealista seguita da una discussione tra Diane e l’uomo con cui è tornata a casa dalla discoteca, deluso di non essere riuscito a concludere. Lei, in risposta, dichiara senza possibilità di appello che il rapporto è finito: “È frustrante, ma ci passerai su. Alle donne succede spesso”. Un siparietto simpatico che condensa la poetica del film, ribaltando con assoluta naturalezza una situazione abitualmente raccontata dal punto di vista maschile. La franchezza di Diane, noncurante dell’eventualità che un uomo qualsiasi possa esternare in modo violento il proprio dissenso, inizialmente risulta rinvigorente, ma comincia progressivamente a rivelarsi come arroganza e incapacità di concedere la stessa empatia che spesso viene negata alle donne.
Un détour par Diane ragiona quindi sull’importanza di sapersi mettere in discussione e di non ragionare per assolutismi, e lo fa introducendo un autostoppista destinato a conquistare il cuore di Diane, proprio mentre lei sta guidando verso il luogo in cui si consumerà la sua atipica vendetta. Non si tratta di un interesse romantico convenzionale, ma è grazie alla loro relazione che il film si classifica a tutti gli effetti come commedia sentimentale. Inoltre, il fatto che sia il primo uomo a non indossare un copricapo riconducibile al vecchio West non può essere un dettaglio trascurabile in un film che aspira a costruirsi una precisa identità stilistica. Anche il montaggio merita di venire analizzato: in alcune scene vengono saltati i momenti morti all’interno delle conversazioni, accelerandone il ritmo. La scelta funziona nella prima parte del film, dove gli avvenimenti si susseguono a un ritmo più sostenuto, ma fa uno strano effetto nelle poche occasioni in cui si verifica nella seconda parte, quando la storia si apre ai suoi momenti più riflessivi.
È una precoce rivelazione a impedire che il film esaurisca la fiamma dell’unico spunto intrigante della sua sinossi, potenzialmente fuorviante nel lasciar assaporare una storia di vendetta che è secondaria a una riflessione collettiva sul trauma condiviso inconsciamente da una famiglia. Non importa quanto la madre di Diane voglia far credere di essere forte, dissimulando il suo malessere, perché una ferita aperta si manifesta sempre in altri modi. A essere eloquente in quest’ottica è la frase che la figlia pronuncia riferendosi alla violenza: “Non riesco a capacitarmene, ma allo stesso tempo spiega molte cose”.
Un détour par Diane è quindi un ragionamento sull’importanza di fare i conti con i propri demoni applicato alla genitorialità, che osserva un gruppo eterogeneo di personaggi il cui percorso nella vita è temporaneamente bloccato dall’incapacità di una singola persona di confrontarsi con il suo passato scomodo. Di questo gruppo fanno parte anche l’ex migliore amica della madre di Diane, un tempo andata a letto con il marito, e il marito stesso. Al di là della connotazione comica di questa riunione, è interessante soffermarsi su come il film non assolva i loro peccati, ma nemmeno trasformi ogni torto passato in una condanna eterna, celebrando la possibilità di deviare da un percorso prestabilito di risentimento che ci impedisce di diventare persone migliori. Se Diane è inizialmente convinta di voler vendicare sua madre, scoprirà invece che il vero percorso di emancipazione consiste nel comprendere che non è possibile sostituirsi agli altri nelle decisioni importanti. Ed è proprio nel rigettare il tema facilmente spendibile della vendetta che Un détour par Diane evita di conformarsi al canone femminista più inflazionato del cinema contemporaneo, scegliendo di opporsi diplomaticamente alle eredità scomode che vengono tramandate a nostra insaputa.
Alessio Vinciguerra









