La grazia innaturale di Vyšinskij
Chi ha qualche anno – diciamo non proprio vent’anni – forse ricorderà un vecchio telefilm, come si diceva un tempo, dal titolo Get Smart. Si trattava di una spassosa parodia dei film di James Bond, in cui l’agente protagonista, per accedere alla base dei servizi segreti, doveva attraversare un corridoio interminabile costellato di porte che si aprivano e si chiudevano una dopo l’altra, come compartimenti stagni. Un’immagine grottesca e surreale che torna sorprendentemente alla mente guardando Two Prosecutors, l’ultimo film di Sergeï Loznitsa presentato in concorso a Cannes 2025. Anche qui, il susseguirsi incessante di aperture e chiusure – reali, fisiche, ma anche simboliche – scandisce due momenti centrali della narrazione: l’ingresso nella prigione e poi nei corridoi austeri della procura generale sovietica a Mosca. Con Two Prosecutors, Loznitsa torna alla fiction a sette anni da Donbass, e lo fa immergendosi nel cuore buio delle purghe staliniane, tra il 1934 e il 1939. Il film prende forma a partire da un’opera dello scrittore e fisico Georgy Demidov, internato per 14 anni in un gulag come prigioniero politico. Il legame tra regista e autore va oltre l’interesse storico: entrambi, infatti, hanno una formazione scientifica – Loznitsa era un matematico prima di dedicarsi al cinema – e in questa condivisione sembra risiedere la matrice di quel rigore formale che caratterizza il cinema del regista ucraino. Le sue opere, come questa, sono attraversate da un’implacabile precisione, una geometria narrativa che non ammette ambiguità, zone d’ombra o compromessi. Nel rievocare l’incubo staliniano, Loznitsa non può non richiamare, per contrasto o per riflesso, l’ombra lunga della Russia putiniana. Ma il suo cinema non è mai ridotto a semplici parallelismi o letture ideologiche scolastiche. Persino il personaggio che incarna il male assoluto, il famigerato giudice Andrej Januar’evič Vyšinskij – figura chiave dell’apparato repressivo sovietico – viene tratteggiato con una complessità sottile. Anch’egli ucraino, come Loznitsa, e dunque figura paradossale: carnefice e, per provenienza, simbolo di una nazione oggi vittima dell’aggressione russa. Ma anche lo stesso Demidov, d’altronde, aveva un legame con l’Ucraina: lavorava in un istituto scientifico a Kharkiv, dove venne arrestato.
Loznitsa affida spesso ai volti della folla il compito di parlare per la Storia. Lo fa anche qui, all’inizio del film, quando la macchina da presa si sofferma sulla calca radunata davanti al carcere: sguardi smarriti, impauriti, inchiodati da un terrore che si confonde con l’incredulità. È un tratto distintivo del suo cinema: le masse come agenti storici, capaci di rovesciare destini – come in The Event o Maidan – o di mostrare tutta la loro deriva conformista e alienata, come in Austerlitz, dove i turisti si fanno selfie nel campo di sterminio. Con Two Prosecutors ritorna anche un altro tema caro al regista: la giustizia come spettacolo e come rituale. Dal documentario The Kiev Trial, sulla Norimberga ucraina, alla stessa farsa processuale delle purghe staliniane di The Trial, ancora un documentario, Loznitsa ha spesso indagato il meccanismo del giudizio e le sue ambiguità. In questo nuovo film, la messinscena è totale: la fotografia è desaturata fino a immergere tutto in un grigiore plumbeo, quasi cenere; il formato “academy” (4:3) accentua la chiusura degli spazi, suggerendo un mondo senza orizzonti, claustrofobico, senza gli orizzonti e i punti di fuga che offrirebbe uno scope. Le inquadrature sono rigorosamente fisse, prive di movimenti di macchina: un’estetica spogliata, severa, che lascia parlare l’inquadratura come un palcoscenico. Ed è proprio con un respiro teatrale che il film è costruito: prologo, due atti, intermezzo, epilogo. Una struttura simmetrica, che richiama la tragedia classica con echi gogoliani e kafkiani. Le continue sequenze di porte che si aprono e si chiudono, di cui sopra, nei corridoi scrostati delle prigioni e negli uffici austeri della procura – con i loro mobili in mogano e parquet lucido – diventano metafore sceniche, sipari che si alzano e si abbassano su una farsa crudele, fino all’immagine conclusiva che suggella la chiusura definitiva del senso e della speranza.
Il cuore del film è nel confronto tra due figure antitetiche: un giovane procuratore, idealista e appena laureato, che crede nei valori della Rivoluzione, della giustizia comunista, che cita la presunzione d’innocenza e i principi del diritto romano; crede che ci sia un giudice a Mosca come quello di Berlino. Ma questi è in realtà Vyšinskij, l’uomo che passerà alla storia come uno dei più cinici artefici del terrore. In un contrappunto beffardo, Vyšinskij appare su una sorta di trono, incorniciato da un busto di Stalin e da un ritratto di Lenin, e ascolta con cortesia formale e glaciale compiacimento le argomentazioni del giovane. Simula empatia, ostenta garbo, ma tutto suona artificioso, sinistro: una “grazia innaturale”, parodiando un celebre verso di Battiato. Con la rappresentazione di Vyšinskij, Loznitsa mette in scena un’altra faccia della banalità del male.
Giampiero Raganelli









