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Spider-Man: Brand New Day

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VOTO: 7,5

Spider-Man diventa un sofferente supereroe adulto

Dunque, dove eravamo rimasti? Peter Parker (Tom Holland), grazie all’aiuto del Dottor Strange aveva accettato, tramite un incantesimo, che chiunque lo conoscesse avesse dimenticato la sua identità. È il sacrificio più grande per chi desidera proteggere nel modo più assoluto le persone che ama.
Ed è il finale di Spider-Man: No Way Home, datato ormai 2021 (come passa il tempo!) e, oggi, troviamo Peter a fare i conti con questa sua dolorosa scelta. 
La sua vita da supereroe prosegue a gonfie vele: è lui il protettore più popolare di tutta New York, il pubblico l’adora e perfino la polizia collabora stabilmente con lui, soprattutto grazie alla detective Jean DeWolff (Liza Colón-Zayas). A questa luminosa carriera fa però da contraltare una esistenza personale fatta di una inaccessibile solitudine, passata in un appartamento fatiscente e senza alcun amico, nel desiderio perenne di poter riavere la compagnia della sua ex-fidanzata MJ (Zendaya) e del suo miglior amico Ned (Jacob Batalon). Loro, nel frattempo, si sono brillantemente laureati e stanno dando un senso alla loro esistenza ricca di conoscenze e gratificazioni, esattamente ciò che a Peter, una volta smesso il costume di Spider-Man, manca del tutto. 
In questa situazione in cui i nervi dell’amichevole supereroe di quartiere sono sul punto di cedere, fa la sua entrata un avversario pericolosissimo (di cui non sveliamo la vera identità per rovinare la sorpresa, anche in vista di futuri sviluppi cinematografici) e dai poteri mentali che sembrano fuori scala. 
A questo punto le indagini prendono una piega inaspettata, cambiando completamente le carte in tavola. Non manca l’aiuto di alcune vecchie conoscenze dell’universo Marvel, come Bruce Banner/Hulk (Mark Ruffalo) e Frank Castle/Punitore (Jon Bernthal, perfetto come sempre in questo ruolo e i cui modi ultraviolenti sono purtroppo annacquati dalla sceneggiatura pensata per il grande schermo), ma non basta. Peter deve affrontare un ulteriore, profondo cambiamento nella sua vita e passare definitivamente all’età adulta. E per farlo deve cimentarsi non solo contro un nemico di elevato profilo, con cui forse condivide più di quel che vorrebbe, ma affrontare una volta per tutte il malessere profondo che lo intristisce da anni.
Alla guida di questo nuovo, interessante capitolo della saga targata Sony dal titolo Spider-Man: Brand New Day c’è Destin Daniel Cretton (non nuovo ai prodotti Marvel, aveva già diretto Shang-Chi nel 2021), che porta sullo schermo la sceneggiatura, a tratti malinconica, di Chris McKenna ed Erik Sommers, autori delle precedenti avventure ma qui coadiuvati anche da Justin Kuritzkes (Challengers, 2024). Il risultTom Holland ato è un film che scava notevolmente nella psicologia dell’aracnide, offrendoci un’immagine meno scanzonata del solito, volutamente più matura e spesso deprimente. Peter Parker non è più un ragazzino, ha abbracciato la sua missione senza risparmiarsi e non può fare a meno di fare quel che fa. La carriera dell’eroe mascherato è però sfinente, sfibrante, logorante e in questa storia se ne ha una tangibile dimostrazione. L’identità segreta prende così il sopravvento su quella reale, il personaggio pubblico diventa quasi ingombrante per non lasciare più spazio ad una vita privata ridotta ai minimi termini. Ed è un’esistenza che richiede sacrifici altissimi, traumi da cui non è semplice riprendersi, quantomeno non da soli. Sta proprio qui il parallelismo con la storia tormentata del suo avversario, un’ottima Sadie Sink (la Maxine di Stranger Things). Certo, è anche una sceneggiatura che lascia perplessi su alcuni passaggi logici: com’è possibile che Frank Castle scorrazzi tranquillamente e in pieno giorno a New York City se è l’uomo più ricercato d’America? O che si rechi in ospedale senza essere immediatamente arrestato? Com’è possibile che uno studente come Ned abbia ideato un’app per segnalare gli avvistamenti dell’Uomo Ragno, indicando costantemente la sua posizione e i luoghi dei suoi interventi, senza che nel governo qualcuno abbia fatto lo stesso ma meglio? O senza che nessuno abbia già scovato il nascondiglio segreto dell’arrampicamuri? E come è possibile che l’edificio del Damage Control, l’agenzia governativa che si occupa di studiare i supereroi per analizzarne e reimpiegarne i poteri, sia vulnerabile alla maggior parte degli attacchi? Questo palazzo, il fulcro dell’intera vicenda, è sostanzialmente un luogo in cui qualsiasi essere potenziato può entrare a piacimento, senza che esista un protocollo d’emergenza per la sua difesa e nonostante le delicate operazioni che vengono condotte al suo interno. Malgrado ciò, il film funziona meglio quando racconta il peso enorme che un eroe deve sostenere, le sue fragilità, le sue difficoltà e la realtà di una vita che non può essere come quella degli altri, anche quando si tenta seriamente. Ne è la prova la quasi impossibilità di Bruce Banner di tenere per sempre a freno Hulk: può riuscirci per un po’, può perfino credere di aver vinto sul mostro verde, ma poi è tempo di ricredersi amaramente. Lo stesso Peter Parker deve imparare a controllare i suoi istinti e i suoi poteri, potenziati e scatenati dalle sue sofferenze interiori, per i quali la soluzione non può essere solo un meccanismo tecnologico: quello è un palliativo, bisogna prima guardare nell’abisso del proprio animo e affrontare i problemi alla radice del dolore. E imparare a conviverci, come fanno gli adulti.
Come si è capito, c’è molta carne al fuoco qui e a tratti sembra di vedere due film distinti. La durata certamente non aiuta, due ore e mezza, ma questo tormentato percorso di crescita di Peter rimane affascinante e coinvolgente e alla fine si ha l’impressione che la saga di Spider-Man, pur targata Sony, sia la migliore serie di pellicole Marvel mai girate. Lunga vita all’Uomo Ragno.

Massimo Brigandi

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