Shang-Chi e La Leggenda dei Dieci Anelli

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Dopo l’Africa di Black Panther, anche l’Asia ha il suo eroe Marvel

Continua il lungo cambio della guardia nel parco personaggi Marvel. La fase quattro, quella del “dopo-Endgame” per capirci, sembra essere davvero partita in seguito alla forzata pausa causata dalla pandemia di Covid-19. Piagata da notevoli polemiche, molteplici rinvii e turbolente vicende produttive, questa nuova ondata di titoli pare aver trovato in Shang-Chi (interpretato da Simu Liu) qualcuno che mette tutti o quasi d’accordo.
La vicenda di Shang-Chi e La Leggenda dei Dieci Anelli, che fa da sottotitolo al film, ci viene narrata in modo affascinante fin dai primi minuti, fornendoci un assaggio di quel che sarà il resto della storia: l’ambizioso capo cinese Wengwu (il veterano Tony Chiu-Wai Leung, unico a fornire un’interpretazione degna di nota) rinviene mille anni or sono una serie di bracciali magici che lo rendono immortale e virtualmente invincibile. Il suo passaggio attraverso i secoli è silenzioso e al tempo stesso incisivo, finché non incontra l’amore nei panni della guerriera Jiang Li (Fala Chen), guardiana di un antico e segreto villaggio. Messi da parte i famigerati anelli, oltre al carattere avido e sanguinario, il conquistatore decide di farsi finalmente una famiglia e, scoperto il valore di un’esistenza pacifica e serena, vede nascere i figli Shang-Chi e Xialing (Meng’er Zhang).
Naturalmente, come in ogni avventura che si rispetti, questo idillio non può durare e il focolare domestico va in pezzi. Jiang Li muore e Wengwu, accecato dal dolore, prende a inseguire un folle progetto per riportarla in vita. I suoi due rampolli, addestrati come letali assassini, riescono a darsi alla fuga per non essere coinvolti nei biechi disegni paterni. Shang finisce per sbarcare il lunario a San Francisco dove trova anche una grande amica, l’irrequieta ma affidabile Katy (Awkwafina). Il passato però non demorde e, ovviamente, gli eventi costringono il giovane esperto di arti marziali a venire a patti con la sua identità di possente guerriero, destinato a molto più del modesto lavoro da posteggiatore che ha scelto per nascondersi. In cerca della sorella, affiancato dalla sbalordita Katy, iniziano le peripezie che lo conducono a svelare i dolorosi misteri che riguardano la defunta madre, in un crescendo di scontri che culminano in una battaglia dalle cui sorti dipende il futuro del mondo. Ma questa non è una novità quando si tratta di supereroi.
La Marvel punta ancora sulla diversificazione dei generi e sull’inclusività, introducendo il primo personaggio totalmente orientale in un racconto che pesca a piene mani dal folklore e dall’estetica cinese. L’hawaiiano Destin Daniel Cretton, già regista di un bel film di ambito completamente diverso, Il diritto di opporsi (2019), è al timone di una pellicola ben girata, anche se piuttosto eterogenea nelle sue parti: comincia come uno scoppiettante kung-fu movie, poi vira verso toni più oscuri, infine sfocia in una sorprendente ambientazione di puro fantasy. Una commistione che regala un grande impatto visivo, soprattutto una volta che Shang-Chi scopre e visita il villaggio natio della madre, ora governato dalla zia Ying Nan (Michelle Yeoh, volto che a quanto pare sta godendo di notevole popolarità). Come sempre, dove la narrazione muta con decisione stile e atmosfere, qualcuno potrebbe storcere il naso e preferire maggiormente la prima ora della storia, quella in cui gli omaggi verso la cinematografia classica di Bruce Lee e Jackie Chan sono oltremodo espliciti. Eppure, in questo epico viaggio dell’eroe che sfora abbondantemente le due ore, ce n’è per tutti i gusti: non si può non rimanere affascinati dall’evidente impegno nel portare sullo schermo i colori sgargianti e il ricco immaginario dell’Oriente. I duelli fra esperti di arti marziali ci sono, oltretutto ottimamente coreografati, ma troviamo altresì orrendi mostri, magia, misticismo e un pizzico di umorismo al momento giusto. L’antagonista di Shang-Chi, come accadeva tra le pagine dei fumetti anni ‘70 in cui ha esordito, è il padre Wengwu il quale, lontano dall’essere un malvagio bidimensionale e dalla banale crudeltà, riesce finalmente a dare dignità al personaggio del “Mandarino”, già visto in una goffa e per nulla filologica versione apparsa in Iron Man 3 (2013) e interpretata da Ben Kingsley. Per farsi perdonare quel brutto scivolone nel cast è stato richiamato anche l’attore inglese, così da fornire una buona spiegazione agli spettatori e ridare coerenza interna a questo complesso universo.
Shang-Chi, insomma, sembra funzionare e potrebbe quindi essere quello che la Marvel stava cercando per far dimenticare le cocenti delusioni del recente Black Widow, senza contare le sue serie tv in onda sulla piattaforma Disney+ le quali, purtroppo, non hanno avuto un positivo riscontro di critica. Vedremo se questa lunga avventura orientaleggiante, dopo tanti passi falsi, sarà veramente l’inizio di una ritrovata armonia con il pubblico.

Massimo Brigandì

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