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Elena del ghetto

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VOTO: 6

Una luce in tempi bui

Il Giardino dei Giusti dell’Umanità inaugurato nel marzo 2018 in villa Pamphili a Roma, simbolo di pace e non violenza, è nato per ricordare le persone che in tutti i genocidi e totalitarismi si sono prodigate per difendere la dignità umana e contrastare ogni forma di pregiudizio, anche rischiando la vita. Ogni anno, il 6 marzo, in occasione della celebrazione della “Giornata europea in memoria dei Giusti” in quel luogo avviene la piantumazione di alberi per ricordarle. Tra le personalità insignite del titolo di “Giusto dell’Umanità” c’è anche Elena Di Porto, un’ebrea romana, forte, indipendente e coraggiosa che ha sfidato il regime fascista per salvare molte vite e ha segnato la storia del ghetto ebraico di Roma durante il fascismo e l’occupazione nazista. Elena era una donna fuori dagli schemi, separata dal marito, che indossava i pantaloni, fumava, beveva, giocava a stecca e tirava la boxe, per questo nel ghetto di Roma la chiamano “Elena la matta”. Protagonista di una solitaria battaglia di resistenza personale contro l’emarginazione sociale, le angherie del regime e la persecuzione razziale: dalla giovinezza nel Ghetto, dove divenne presto figura nota e quasi mitica, ai reiterati ricoveri nell’Ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà; dagli scontri con le squadracce fasciste nel tentativo di difendere gli ebrei dall’ennesima violenza, all’esperienza alienante del confino in varie località della Basilicata; dal ruolo, divenuto presto leggendario, giocato da Elena durante l’occupazione nazista della Capitale e il rastrellamento del 16 ottobre 1943, fino all’ultimo disperato atto d’amore che le costerà la deportazione ad Auschwitz, e quindi la morte. Purtroppo però la sua figura è colpevolmente poca nota ai tanti e ignorata dai manuali di Storia, per cui ben vengano tutte quelle iniziative che contribuiscono a ricordarla. Tra queste c’è l’opera prima di Stefano Casertano, Elena del ghetto, nelle sale dal 29 gennaio 2026 (anteprime in tutta Italia il 27 gennaio per la Giornata della Memoria) con Adler Entertainment dopo la première alla Festa del Cinema di Roma 2025 nella sezione Grand Public.
A prescindere dalla resa, Elena del ghetto ha il merito di restituire alla nostra memoria collettiva una figura eroica, una donna che merita di essere inserita tra i grandi protagonisti dell’antifascismo italiano e tra le pioniere del femminismo, un archetipo di indipendenza, coraggio e infinita umanità. Merito che va condiviso con il libro che le ha dedicato nel 2022 Gaetano Petraglia dal titolo La matta di piazza Giudia, una biografia davvero ben curata dal punto di vista della documentazione, alla quale Giancarlo Nicoletti si è ispirato per la pièce teatrale Elena la matta (Paola Minaccioni presta corpo e voce alla figura di Elena Di Porto). La medesima documentazione dalla quale il regista e le co-sceneggiatrici Alessandra Kre e Francesca Della Ragione hanno attinto per dare forma e sostanza allo script del film. Quest’ultimo condensa gli eventi concentrandosi su un arco temporale che va dal 1938 e al 1943, inglobati in una struttura narrativa ciclica che parte e si ricongiunge con la notte prima del rastrellamento. Un modus operandi, questo, che consente al racconto di ricostruire e rievocare al contempo le pagine di un capitolo della grande Storia, le vicende personali della protagonista, degli altri personaggi principale e della comunità che fa da contrappunto. Il tutto ovviamente ruota e si sviluppa intorno alla figura di Elena, qui interpretata da una partecipe e credibilissima Micaela Ramazzotti, che funge da baricentro sul modello inarrrivabile della Pina di Roma città aperta e della Cesira de La ciociara. Due capolavori e pietre di paragone cinematografici, con le relative monumentali performance della Magnani e della Loren, che tornano di default alla mente nel corso della visione, ai quali e alle quali è indubbio che Casertano & Co. abbiano fatto inconsciamente riferimento tanto in fase di scrittura che di messa in quadro. Inutile fare paragoni, ma è alle regole d’ingaggio non scritte della tradizione italiana e al Neorealismo che l’autore è costretto a fare riferimento, cercando con un linguaggio vivo e contemporaneo, oltre che con un equilibrio tra dramma e leggerezza, di personalizzare l’opera.
Non mancano i momenti emotivamente coinvolgenti (tra cui l’internamento e lo scontro fisico e verbale con le squadracce fasciste), che salgono di temperatura e intensità con lo scorrere degli highlights che conducono diritti all’epilogo del quale è stata la Storia stessa, e non la penna degli sceneggiatori, a scrivere il tremendo epilogo. La Ramazzotti contribuisce e ci mette del suo per alzare l’asticella febbrile, iniettando verità a ogni singola scena che la chiama in causa. Una verità che emerge anche dall’uso del romanesco nei dialoghi, ma che spesso però dal punto di vista recitativo risulta essere eccessivamente carico ed enfatico. Un lavoro in sottrazione in tal senso avrebbe giovato. Buona la confezione, soprattutto sul versante dei costumi e delle scenografie, che permette all’opera di immergere lo spettatore di turno nell’epoca

Francesco Del Grosso

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