La rinascita inattesa della terza età
In Esprimi un desiderio, Volfango De Biasi ci porta dentro una commedia che sa tanto di riscatto. Con Max Angioni e Diego Abatantuono in coppia protagonista, il film non si limita a far ridere: propone un’idea ben definita e importante, quella che la vecchiaia non è una condanna ma un punto di partenza per una “seconda vita” fatta di nuovi legami, cura reciproca e rinnovata vitalità.
Abatantuono interpreta Ettore con il suo tipico volto scontroso, tagliente, razionale ma perso dentro il peso degli anni. Quel “fare schifo invecchiare”, che trabocca a tratti dai suoi occhi e dalle sue battute, diventa il punto di partenza di un percorso: non la resa, ma il recupero. Il rapporto con gli anziani, inizialmente ostile, diventa il mezzo per una trasformazione — per Ettore stesso e per quelli che gli stanno intorno. Simone (Max Angioni) entra in scena come un giovane smarrito, condannato a lavori socialmente utili in una casa di riposo. Qui incontra qualcosa di più di una semplice punizione: scopre che dietro le sbarre simboliche di quel luogo “destino segnato” c’è la possibilità di ascolto, compagnia, amore. E non solo amore nei gesti gentili, ma in forma di ossessione positiva, nel prendersi cura con gelosia, desiderio di sorprendere, di restare vivo agli occhi dell’altro — come nella bella sottotrama amorosa tra una coppia vissuta: lei affetta da Alzheimer, lui innamorato come sempre, impegnato a far colpo su di lei ogni giorno, anche se il mondo attorno pare averli dimenticati.
Il direttore della residenza assume quasi le fattezze di un personaggio stravagante, figura autoritaria che appare distante fino al paradosso, con le sue regole rigide come se la vecchiaia fosse una forma di esilio. Eppure, dietro la maschera disciplinata c’è un bisogno: di ordine, forse, ma anche di riconoscimento. È il contenitore in cui le relazioni si animano.
Il film gioca molto con l’idea della cura come responsabilità condivisa. Non è solo Simone che deve cambiare, ma anche Ettore, gli altri ospiti, il personale, lo spettatore. De Biasi semina piccoli conflitti — la diffidenza, il pregiudizio verso gli anziani, il senso di inutilità — e con altrettanta pazienza raccoglie i frutti di un empatia ritrovata. Il parallelismo tra il punto di vista del nonno e la vecchiaia, la base del discorso “invecchiare fa schifo”, viene ribaltato: si riconosce che quell’abitudine a giudicare quel che è oltre l’età porta via vita, ma il film mostra che con vicinanza, parole, attenzioni e anche qualche incongruenza umoristica, può nascere una nuova vita, meno vuota.
C’è un personaggio complottista che, con il suo caschetto protettivo per “leggere pensieri”, pare uscito da una sketch comico, ma in realtà serve: è il confine estremo dell’assurdo che ci ricorda la nostra tendenza a erigere barriere, fisiche e mentali, fra giovani e vecchi, fra chi è attivo e chi è “in pensione dall’esistenza”. Quelle trovate surreali diventano territorio di riflessione: quanto ci proteggiamo da quello che temiamo? Quanto ci allontaniamo, non per cattiveria, ma per paura?
La casa di riposo è mostrata come luogo destinato, ma De Biasi riesce anche a farne spazio di rinnovamento. Inizialmente pare un luogo dove i giorni scorrono identici, dove il passato pesa come un macigno, ma poi diventa altrove dove i giorni possono ancora contare. Nonostante la routine, l’anzianità, l’oblio che bussa, alcuni personaggi — specie gli anziani “eccentrici” e feriti, ma capaci di memoria e sentimento — trovano motivazioni per continuare a desiderare, ad amare, a sorridere.
E la casa di riposo non rimane solo scenario: diventa simbolo. Simbolico del tempo che passa, ma anche della comunità che può accogliere; dell’anziano che non è fine e tramonto, ma persona ancora capace di essere al centro di storie e slanci.
Alla fine, Esprimi un desiderio non ci regala una redenzione senza macchia, ma qualcosa di ancora più reale: la promessa che ogni età merita dignità, che la vecchiaia può essere vibrante se abbiamo il coraggio di tendere la mano, di ascoltare, di restare vicini. È un film che parla di seconda vita, non come concetto poetico, ma come gesto concreto: stare, curare, non abbandonare.
Enrico Scoccimarro









