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Intervista a Lamberto Bava

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Lamberto Bava al Lucca Film Festival 2025

Trucchi di famiglia

Ospite del Lucca Film Festival 2025, Lamberto Bava ha deliziato l’appuntamento con la stampa attraverso aneddoti, ricordi e riflessioni, soprattutto riguardanti il cult Demoni, omaggiato dal festival per i suoi 40 anni.

Ringraziamo il regista per averci concesso risposte in esclusiva ad alcune nostre domande.

D: Quando con Sergio Stivaletti ha progettato e creato gli effetti speciali per il film, ci sono state delle lezioni tecniche di suo padre che ha portato in pratica?
Lamberto Bava: Su Demoni quello che riguarda mio padre c’è la famosa maschera che poi scatena il contagio e che è un po’ un omaggio a La maschera del demonio. Devo dire che la cosa che più mi rimane, la cosa più perfetta di mio padre… c’è un film di mio padre che si chiama I tre volti della paura e c’è l’episodio della goccia d’acqua che per me è la la cosa più bella del cinema di mio padre, è completamente il cinema di mio padre racchiuso in quell’effetto della morta che risorge e viene avanti – che poi è una maschera fatta da mio nonno, che faceva lo scultore – che è perfetta per quello che è e per quello che deve essere, perché non sai mai se è una morta vera o se è una finzione, non riesci mai a capirlo, è lì la genialità di mio nonno e di mio padre. Uno degli insegnamenti di mio padre era che più l’effetto speciale è semplice più diventa toccante, ossia che ha il suo risultato. Mi ricordo quando in Demoni 2 dovevamo fare il demone che esce dallo schermo televisivo: siamo stati a sentire Stivaletti e tanti altri, c’era addirittura chi diceva “mettiamo una vasca con uno schermo con sotto uno che spinge” e io facevo “sì, ma come respira?!”. Ecco perché poi è venuto a me di fare la cosa più semplice, ossia prendere un televisore, levargli lo schermo, fare uno schermo in lattice e e proiettare la scena che andava vista in televisore sullo schermo e da dietro l’attore vestito uguale che spingeva. Abbiamo fatto questa prova e l’abbiamo montata nel film, perché quando l’abbiamo rifatta per il film era meglio la prova. Ecco, lì c’era l’insegnamento di mio padre. Poi invece per Demoni devo dire che per la trasformazione io e Stivaletti ci rifacevamo a Un lupo mannaro americano a Londra. Un altro insegnamento di mio padre… mio padre veniva dalla fotografia e da direttore della fotografia di tanti film e mi diceva sempre sugli effetti speciali che quello che conta tanto è come vengono illuminati, perché ci sono dei film dove tu vedi dei mostri con le maschere che hanno una luce piatta così che tu vedi proprio la gomma. Vanno illuminati sapientemente e in Demoni sono stati illuminati sapientemente. Un’altra cosa che mi ricordo è che per la scelta dell’attrice che doveva essere la prima che diventava demone, io ho preso una bambola, perché Fabiola Toledo sembrava una bambola, era perfetta come lineamenti e infatti se vedevi vicine la maschera e il suo volto erano uguali, non sapevi qual era la finta e quale la vera!

D: Ha menzionato La maschera del demonio, che è un super classico di di suo padre. Lei ha rifatto quel film per la TV…
Lamberto Bava:
Purtroppo sì.

D: Le volevo chiedere com’è stato sia a livello emozionale che a livello puramente lavorativo ricalcare suo padre con un film non esattamente minore della sua carriera.
Lamberto Bava: Volevo fare un omaggio a mio padre. Non amo i remake, ti dico subito, proprio una cosa che mi repelle quasi. Non mi repelle… però non mi risulta un remake che sia meglio del film originale, poi può essere pure che è stato fatto. Il mio ha avuto molti problemi, doveva essere un film per la televisione e doveva far parte di una serie europea in cui ogni paese faceva un episodio, ma (quella serie, ndr) non è mai stata fatta. Quindi il mio è rimasto unico e non si sapeva più come mandarlo in onda, perché non c’era la serie e non poteva essere un film per il cinema. La scrittura è stata fatta da da un grande collaboratore di mio padre, Massimo De Rita, la mia storia è completamente diversa da La maschera del demonio di mio padre e per me gli effetti di Stivaletti in questo film, soprattutto la trasformazione da gallina in strega, sono una delle cose più belle che ha fatto nella sua filmografia. Tra le altre cose Stanko Molnar, un mio amico attore che aveva lavorato già con me, mi ha odiato quasi perché l’avevo costretto a decolorare i capelli e non gli son mai ritornati come erano prima. Ci volevamo molto bene ma da quel film quando mi vedeva mi guardava con sospetto. Abbiamo girato quel film in posti meravigliosi, feci un sopralluogo incredibile e trovai un posto meraviglioso in Svizzera, in Canton Ticino, dove c’era questo villaggetto che ormai è abitato solo d’estate da quattro vecchietti e che poi ho saputo che che aveva avuto nel 5-’600 qualche cosa a che fare con le streghe. Era incredibile, perché dalle montagne usciva un fiume che passava in mezzo a queste case, che era era un sogno, non la realtà.

D: Tornando a Demoni, lei prima ha menzionato i dissapori tra Dardano Sacchetti e Franco Ferrini in fase di scrittura del film. Ci può ricordare in cosa non andavano d’accordo, su quali punti?
Lamberto Bava: Credo che più che non andassero d’accordo erano completamente due modi diversi di affrontare il lavoro e sia da parte mia che soprattutto da parte di Dario (Argento, ndr) c’era questo creare contrapposizione per avere da tutti e due il meglio. Poi non è che posso raccontare quali sono i difetti di Dardano Sacchetti e di Franco Ferrini, perché sono due grandi sceneggiatori. Anzi, devo dire che nel cinema oggi, nei festival, ci scordiamo un po’ troppo degli sceneggiatori e dei direttori della fotografia, perché anche i direttori della fotografia in questo genere di film hanno una grossa componente.

D: Sono assolutamente d’accordo. Quando Demoni ebbe quel grandissimo successo chiaramente il sequel era consequenziale: come lo avete affrontato? In fase di pre-produzione e poi di produzione.
Lamberto Bava: Mi ricordo che mentre giravamo Demoni già da tre o quattro settimane, arrivò Dario una mattina dicendoci che su un pre-montaggio di alcune scene era stato già venduto in Giappone e negli Stati Uniti a un grosso budget, credo coprisse già le spese del film solo con queste due vendite. Ecco, già a quel punto sapevamo che ci sarebbe stato il sequel, era logico. Quindi lavorammo tutti senza avere patemi, è stato non più facile scriverlo ma avevi… eri galvanizzato dal successo del primo capitolo. Nel primo c’era l’idea vincente, nel secondo abbiamo ricreato l’ambiente chiuso del cinema in un palazzo, raccontavi la storia di alcune famiglie che vivevano in questo palazzo e subivano questo attacco dei demoni che uscivano dal televisore.

D: E l’utilizzo delle canzoni – che sono molto diverse tra i due film – è stata un’idea vostra?
Lamberto Bava: Demoni è stato il primo film italiano in Dolby stereo, mi ricordo che il giorno della prima andammo io, Dario, l’ingegnere della Dolby con i tecnici della Dolby all’Empire, a Roma – o all’Embassy, non ricordo quale dei due – a controllare le casse del cinema perché fuori c’era già la fila. Le canzoni le scegliemmo per valorizzare l’impianto audio, pescando dalle band che allora andavano o che sarebbero andate da lì a poco.

D: Ci può ricordare com’era il rapporto tra Dario Argento e suo padre?
Lamberto Bava: Noi abbiamo conosciuto Dario facendo Shock, perché la protagonista era Daria Nicolodi, la sua compagna dell’epoca, quindi Dario venne un paio di volte a trovarci sul set. Già conoscevo i suoi film e da questi incontri cominciammo a frequentarci, andavamo al cinema insieme, la sera a casa parlavamo di idee, era una cosa piacevole, e da lì è venuta fuori questa collaborazione. Ho fatto l’aiuto di Dario in Inferno e poi in Tenebre. Quando a Dario servivano degli effetti speciali inusuali, tipo in Inferno la famosa trasformazione della nurse nella morte, parlò con mio padre e a mio padre naturalmente faceva piacere fare queste cose. Che poi in fondo sono le ultime cose che ha fatto mio padre nel cinema, perché poco dopo…

D: Sì, infatti c’è una bellissima foto di suo padre e Dario Argento proprio durante la produzione del film.
Lamberto Bava: Sì e poi c’era anche questa cosa che in teatro, fuori in esterno era stato ricostruito il famoso palazzo di New York dove avevamo girato gli interni e mai in estero se non alcune cose, perché poi doveva prendere fuoco e quindi mio padre aiutò a mettere alcuni grattacieli dietro.

D: Un’ultimissima domanda: suo padre chiaramente non ha bisogno di presentazioni, mentre suo nonno Eugenio diciamo che per il cinefilo medio magari è meno conosciuto e invece è stata una persona di rara importanza per il cinema. Che ricordo ha di lui?
Lamberto Bava: Mio nonno era un Archimede Pitagorico, tu andavi a casa sua e quella che nei comuni mortali è una sala da lui era un laboratorio di tutto. In Italia la prima truca, che era quella per fare gli effetti speciali, l’aveva fatta mio nonno per l’Istituto Luce. Era un un inventore, diciamo. Mi ricordo che andavo a casa sua e mio nonno metteva la musica in un apparecchio di quelli con l’occhio magico e dove lui aveva aggiunto degli altoparlanti e aveva fatto l’effetto stereo senza saperlo, vent’anni prima. Nella sua macchina da presa, che era una Mitchell del ‘19 che ancora ho, aveva inventato il sistema reflex senza brevettarlo, perché lui guardava il buco senza guardare nel parallasse di lato, perché aveva messo degli specchi a 45 gradi con dei pezzi di plastilina, quello che anni dopo brevettò la Reflex per le macchine da guerra dei tedeschi. Non gli fregava niente del brevetto, faceva le cose perché gli servivano. Quando era giovane faceva lo scultore a Sanremo, arrivò una troupe della Pathé di Parigi – questo raccontava -, gli chiesero di portare un caminetto, lui guardò questi signori che facevano il cinema e decise che quello che voleva fare era il cinema; fondò con dei cugini la Sanremo Film, che fece dei documentari – parliamo 1910-15, non lo so. Poi per fare cinema andò a Torino, dove lavorò all’Ambrosio film: nel famoso Cabiria c’era mio nonno che faceva la fotografia.

Riccardo Nuziale

 

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