No sudden move!
Il filo dell’uomo morto sta a legare una determinata persona alla canna di un fucile, in modo che ogni qualsivoglia strattone o movimento improvviso potrebbe causarne la morte immediata. Proprio da tale filo, dunque, l’acclamato regista Gus Van Sant ha preso spunto per il titolo del suo ultimo lungometraggio, Dead Man’s Wire, appunto, presentato in anteprima mondiale fuori concorso all’ 82° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Ma il fare riferimento a tale filo, di fatto, non è una scelta che vuol essere puramente accattivante, né tantomeno frutto della fantasia del cineasta di Louisville. Ciò da cui, infatti, Van Sant ha preso ispirazione è un fatto accaduto negli Stati Uniti nel 1977, quando un uomo, Anthony G. “Tony” Kiritsis (impersonato sul grande schermo da Bill Skarsgård), prese in ostaggio il presidente della Meridian Mortgage Company Richard O. Hall (Dacre Montgomery), accusandolo di averlo truffato insieme a suo padre (Al Pacino), nel momento in cui i due si erano ritrovati a dover gestire il suo mutuo. In cambio della di lui liberazione, Tony chiese alla polizia condizioni ben precise: nessuna accusa né processo, cinque milioni di dollari come risarcimento e, non per ultime, le scuse di Hall e di suo padre.
Un evento, protrattosi per più giorni, che ha letteralmente sconvolto gli Stati Uniti. Una storia al cardiopalma seguita praticamente in diretta da milioni di spettatori. Condizioni estreme. Talmente estreme da suscitare, di quando in quando, anche qualche risata (in chi non è stato coinvolto in prima persona nei fatti, s’intende). Ed è proprio su tale ironia e sul paradosso dell’intera situazione che Gus Van Sant ha puntato nel mettere in scena questo suo Dead Man’s Wire. Già, perché, di fatto, il presente lungometraggio, al termine della visione, non fa che rivelarsi una gustosa commedia dall’effetto meravigliosamente catartico e che, al contempo, ci regala anche una buona dose di adrenalina, tirando in ballo (cosa più importante di tutte) temi ancora oggi più che mai urgenti (non è, infatti, solo il turbolento rapporto tra il protagonista e i direttori di banca a essere qui attualizzato, ma anche le condizioni lavorative di molte donne, per l’occasione rappresentate dalla figura di una coraggiosa e dinamica giornalista).
Gus Van Sant, dal canto suo, ha saputo ben gestire e amalgamare tutti questi elementi con una regia pulita e agile, che predilige quasi esclusivamente azione e adrenalina all’inizio del lungometraggio, ma che, man mano che ci si avvicina al finale, ben sa osservare le cose con uno sguardo più “giocoso” (particolarmente d’effetto, a tal proposito, sono alcune riprese d’archivio inserite al termine del film). Siamo d’accordo: Dead Man’s Wire non è assolutamente il film migliore di Gus Van Sant, né un lavoro destinato a “rivoluzionare” il cinema contemporaneo. Eppure, il suo lavoro lo fa più che egregiamente. E questa, si sa, non è mai una cosa scontata.
Marina Pavido








