Barriere invisibili
Nel 2021, un’area di confine tra Polonia e Bielorussia larga tre chilometri diventa zona militare, con la foresta che separa i due Paesi che è ormai teatro di una guerra di sopravvivenza per i rifugiati. A questi, invitati in Bielorussia dal dittatore Lukashenko, viene promesso un passaggio sicuro verso la Polonia e quindi verso l’Unione Europea, peccato che la violenta repressione da parte della polizia di frontiera polacca, su ordini del Governo, li ricaccia indietro senza alcun riguardo.
Di questa condizione di crisi se ne sono già occupate Agnieszka Holland nel potentissimo Green Border e Lidia Duda nell’altrettanto drammatico documentario dal titolo Forest. Nel frattempo però la situazione si è ulteriormente aggravata, ecco allora che una nuova opera approda sullo schermo aggiornando e offrendo un’altra prospettiva. Si tratta di The Guest di Zuzanna Solakiewicz e Zvika Gregory Portnoy, che dopo la vittoria del premio per la migliore fotografia all’IDFA 2024 è stato presentato in anteprima italiana alla 21esima edizione del Biografilm nella sezione “Contemporary Lives”.
The Guest racconta una storia di accoglienza prima che di respingimento. A offrirla è Maciek, un che vive con la sua famiglia sul lato polacco, che decide di ospitare in casa propria un rifugiato siriano. Il suo nome è Alhyder, ha quasi trent’anni ed è fuggito dalla Siria di Al-Assad. Maciek, sua madre Renata e i suoi fratelli, che parlano a malapena inglese, gli forniscono la migliore assistenza possibile. La situazione non può essere permanente, ma nel frattempo i coinquilini iniziano a legarsi affettivamente e a prendersi cura l’uno dell’altro. Si scopre però che Alhyder non ha un vero piano su come procedere dopo aver attraversato il confine. Era infatti arrivato con un gruppo, ma dopo che si sono separati, è rimasto bloccato. La situazione è disastrosa, non c’è una soluzione apparente, ma il calore del contatto umano si contrappone alla brutalità di un sistema che intrappola, restituendo al contempo tensione e sensibilità. Al dramma feroce della cronaca di un cinema di denuncia sociale e politica dal quale non si sottrae, affrontato senza alcun sensazionalismo e spettacolarizzazione, fa da contrappunto un focus preciso che si concentra sull’individuo e legami tra le persone. Il risultato è uno studio sottile e tenero sulla connessione umana che permette allo spettatore di osservare le emozioni sui volti dei membri della famiglia, spesso silenziosi, e del loro grato ospite. I registi polacchi trovano sempre la giusta distanza fisica ed emotiva dai protagonisti e dagli eventi, restituendo al fruitore il loro flusso emotivo cangiante.
Francesco Del Grosso









