Home AltroCinema Documentari Sophie Lavaud – Le dernier sommet

Sophie Lavaud – Le dernier sommet

516
0
VOTO: 7

Alla conquista del “Grande Slam”

Tra i ventisette titoli selezionati per la sezione “Alp&Ism” della 73esima edizione del Trento Film Festival non poteva assolutamente mancare un’opera come Sophie Lavaud – Le dernier sommet. Del resto quale vetrina festivaliera poteva ospitare l’anteprima italiana del documentario che François Damilano ha dedicato alla celebre scalatrice franco-svizzera e alla sua ultima grande imprese, se non quella all’interno della quale annualmente la kermesse trentina propone il meglio del cinema di alpinismo e avventura. Si perché è proprio di un’impresa eccezionale che si tratta e che serve all’autore come punto di partenza e spunto per dipingere il ritratto di una donna altrettanto eccezionale. Una donna che ha fatto della caparbietà, del coraggio, della resistenza fisica e mentale, l’equipaggiamento per tentare di raggiungere le quattordici cime oltre gli 8.000 metri di altitudine dell’Himalaya e compiere quello che gli addetti ai lavori hanno battezzato, prendendo in prestito un termine dal gergo tennistico, il “Grande Slam”. Impresa, questa, riuscita precedentemente solo ad altre quarantuno persone, tre delle quali donne (tra cui la nostra Nives Meroi), ma soprattutto a nessun connazionale. Insomma riuscirci avrebbe significato spezzare una specie di maledizione, che fino a quel momento aveva visto che l’aveva preceduta perdere la vita durante le suddette ascensioni.
All’età di 55 anni, la Lavaud era una delle pochissime donne ad avere scalato quasi tutti i giganti dell’Himalaya, un mondo in cui l’aria è così rarefatta che nessun essere umano può sopravvivere per più di qualche ora. Dopo averne conquistate tredici era dunque a una sola vetta dallo storico traguardo. All’appello mancava solo la nona montagna più alta della Terra, il temutissimo Nanga Parbat (“montagna nuda”), un massiccio montuoso del Kashmir, in Pakistan, conosciuto anche come Diamir (dal sanscrito “montagna degli Dei”) o la “montagna assassina” a causa dell’elevato indice di mortalità (il 28%) che la vede al secondo posto tra gli 8.000 dopo l’Annapurna I. Non è un caso allora che gli sherpa, gli abitanti della regione himalayana, la chiamino “la mangiauomini” o la “montagna del diavolo”
Il documentario di Damilano segue la straordinaria alpinista alla conquista dei vertiginosi 8’126 metri del Nanga Parbat, che le consentirebbero dunque di conquistare l’ambito “Grande Slam”. Riuscirà a raggiungere il suo obiettivo? Alla visione la risposta, anche se è facile intuire l’esito visto che il nome della protagonista è già scritto a caratteri cubitali nella storia dell’alpinismo. Sophie Lavaud – Le dernier sommet è quindi, come annunciato dal titolo, lo spettacolare racconto dell’ultima spedizione attraverso le sue fasi salienti, comprese quelle più tese e drammatiche che caratterizzano alcuni momenti di una visione al cardiopalma, in particolare quando sullo schermo la videocamera di Damilano documenta i mille metri conclusivi che separano il campo 3 dalla vetta, affrontati in condizioni meteorologiche proibitive.
Nulla però al quale i diretti interessati o i fruitori del cinema ad alta quota non sono stati già abituati dalla variegata e ricca letteratura della Settima Arte incentrata sul tema. Ciononostante, la pellicola regala alla platea emozioni fortissime, non solo per quello che si vede e si sente nel corso della fruizione, ma anche per il livello elevatissimo di coinvolgimento ed empatia trasmesso dall’autore. Emozioni che ad esempio non raggiungono la medesima intensità in un’opera similare come il recente 14 vette: scalate ai limiti del possibile, il docu-film del 2021 diretto da Torquil Jones sull’impresa portata a termine dall’alpinista nepalese Nirmal “Nimsdai” Purja. Lo spettacolo e l’adrenalina anche in quel caso non sono mancate, ma la partecipazione e la vicinanza chi film e chi viene filmato è ben altra cosa e rappresenta il valore aggiunto dell’opera. Da questo punto di vista Sophie Lavaud – Le dernier sommet ricorda molto Mountain Queen, Al Qimma e Climbing Iran. Ed è questa partecipazione a conti fatti a fare la differenza e a permettere alla visione di andare oltre la componente spettacolare fine a se stessa. Damilano ci mette il cuore e infatti, oltre a documentare le diverse fasi dell’ascesa, estende il racconto al rapporto di conoscenza ormai decennale con la protagonista. L’opera si presenta di conseguenza anche come un diario in cui il regista svizzero narra in prima persona questa e altre imprese della Lavaud, nel quale emerge pagina dopo pagina, immagine dopo immagine, parola dopo parola, metro dopo metro, montagna dopo montagna, vetta dopo vetta, l’affetto e la stima reciproca tra i due. Nel mentre sullo schermo, fisiologicamente, si compone un efficace e interessate ritratto biografico.

Francesco Del Grosso

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

sedici + quattro =