Moonlight

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Il primo amore non si dimentica mai

La casistica delle opere all-black non è, generalmente, entusiasmante dal punto di vista dell’apprezzamento critico nel resto del mondo. Sarà perché tali film si rivolgono – anche giustamente – ad un target preciso; ma anche la lontananza fisica e simbolica può giocare un ruolo fondamentale nel giudicare con qualche diffidenza. Quest’ultima istanza non riguarda Moonlight – lungometraggio diretto dal regista, ovviamente afroamericano, Barry Jenkins nonché scelto come film d’apertura dell’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma – in quanto mette in scena situazioni a valenza universale quali ad esempio la difficoltà estrema di crescere in zone disagiate, un’omosessualità difficile da accettare anche per se stessi e la piaga del bullismo scolastico e non solo. Belle intenzioni che inciampano però in una realizzazione sin troppo esemplare ed edulcorata, maggiormente tesa a mostrare le capacità tecniche del regista – nell’occasione all’opera seconda – piuttosto che concentrarsi sulla sincerità della storia.
Jenkins, anche sceneggiatore, suddivide il suo film in tre capitoli che vorrebbero scandire il percorso di crescita del protagonista Chiron, inquadrato nelle tre decisive fasi esistenziali dell’infanzia, dell’adolescenza ed infine del passaggio all’età adulta. Nei primi due segmenti si assiste ad una descrizione abbastanza plausibile della vita nel ghetto, nonché dei codici che regolano la convivenza tra “fratelli” che si dimostrano ben poco tali, ad eccezione dello spacciatore con morale Juan e della sua compagna Teresa, i quali accolgono il piccolo Chiron – figlio unico di madre tossica e padre ignoto – sotto le loro ali protettive. Già dalle prime battute si percepisce con nitidezza il vero problema di un’opera persino troppo ricattatoria nel raccontare una parabola esistenziale dai destini segnati in una confezione patinata fatta di regia esibita e fotografia curatissima. Quello diretto da Jenkins è il classico film realizzato con molta furbizia per solleticare il desiderio di giustizia – peraltro assolutamente condivisibile, in altri contesti – degli americani di colore; per la serie abbiamo passato e stiamo passando tutto questo, eppure molti di noi alla fine riescono ad ottenere l’agognato successo. Un po’ come accaduto nel discutibilissimo Precious (2009) di Lee Daniels, del quale Jenkins pare intenzionato a raccogliere il metaforico testimone concettuale nella visione dei neri come vittime alla disperata ricerca di qualsivoglia riscatto. E l’obiettivo di creare una poetica per immagini – in qualche frangente pure sfiorato, vedere la suggestiva sequenza della lezione di nuoto in mare aperto di Juan a Chiron – pare in realtà finalizzato esclusivamente a tale scopo.
Dove però Moonlight frana senza possibilità di appello è nel terzo capitolo, che ci mostra l’inopinata metamorfosi di Chiron da esile bambino e ragazzino introverso, almeno sino ad una sacrosanta reazione in ambito scolastico, in palestrato spacciatore adulto che ritrova il primo amore omosex della propria adolescenza. Sorvolando sulla superficialità da soap opera con cui viene trattata la delicata tematica in un microcosmo da strada dove mai lo status di omosessuale può e potrà essere accettato, resta la spiacevole sensazione di un’opera capace solamente di piangersi addosso a proposito dei cosiddetti percorsi di vita “obbligati”, invece che fornire agli spettatori un solare esempio di resistenza umana alla sofferenza della discriminazione.
Possiamo dunque concludere adombrando il fondato sospetto che Barry Jenkins abbia usato con addirittura eccessiva scaltrezza un film-saggio, per certi versi, come Moonlight allo scopo assai poco nobile di conquistarsi la piena fiducia della Hollywood che conta. Pronto dunque a spiccare il gran salto verso il cinema mainstream, magari sponsorizzato da quel Brad Pitt qui impegnato, con la sua Plan B, nel ruolo di co-produttore. Tanti auguri; ma Moonlight resta un film irritante sia per il falso impegno civile di cui si ammanta che nella sua, evidente ed eccessiva, preparazione a tavolino.

Daniele De Angelis