Zoo

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Nel posto sbagliato al momento sbagliato

No, non lasciargli a quei volti, a quegli occhi in divisa, il tuo punto di non ritorno.
Non passare alla morte come fosse la fine, come un sole d’inverno, il nostro è un punto di non ritorno.
Massimo Morsello, “Punto di non ritorno”

Qualche camera car sghembo. Montaggio a scatti, nervoso come i personaggi coinvolti. Inquadrature notturne di una periferia canadese connotata da spazi ampi e desolati. Pure a livello formale Zoo di Will Niava possiede tutti gli elementi per sostenere, volendo anche alla grande, il clima di tensione costruito ad arte intorno a un drammatico malinteso, creatosi nel parcheggio situato davanti al classico supermarket aperto tutta la notte. Punto di non ritorno raggiunto in una escalation di pregiudizi, insensatezza, compagnie sbagliate e drammatiche fatalità. Ne sono protagonisti una gang giovanile poco coesa e il poliziotto dai nervi scossi passato in macchina lì vicino, subito pronto a sospettare uno spaccio di sostanze stupefacenti. Nonostante la cannabis, come si apprende durante il corto, in Canada possa persino essere venduta legalmente, esibendo una regolare licenza…

Nella stimolante rassegna di corti proposta dalla diciottesima edizione delle Giornate del Cinema Quebecchese in Italia, Zoo rappresenta pertanto una delle proposte più tese, vibranti, attuali. Come le immagini di repertorio inserite sui titoli esplicitano ulteriormente, la scelta del giovanottone di colore coi dread quale protagonista è tutt’altro che casuale: siamo dalle parti del cosiddetto Black Lives Matter, delle battaglie civili cominciate negli Stati Uniti contro gli abusi di potere e le violenze ingiustificate di taluni membri delle forze dell’ordine, in particolare verso i neri e i rappresentanti di altre minoranze etniche. L’alveo tematico è quello. Ma col protagonista si empatizza naturalmente, e giustamente, da subito, anche perché la correttezza dei suoi pensieri e le azioni sballate dei bianchi che gli stanno intorno nella fatidica circostanza, l’agente di polizia dalla luna storta come anche i teenager sballati della sua stessa banda, lo pongono con chiarezza quale soggetto senza colpe trovatosi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Il breve racconto cinematografico scorre, insomma, senza forzature ideologiche e attraverso una rilettura di genere coerente, plausibile, adattata all’urgenza di problemi sociali concreti. Unico neo l’ingresso in scena del poliziotto dai nervi tesi, buttato lì senza un minimo di background e con una descrizione sommaria del personaggio, che ne astrae un po’ troppo la figura rispetto alla credibilità degli altri soggetti, espressa anche attraverso quello slang ruvido, sboccato e decisamente realistico.

Stefano Coccia

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