Yakuza Apocalypse: The Great War of the Underworld

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7.0 Awesome
  • voto 7

King-Size Frog

È arrivata la volta anche di Takashi Miike alla Quinzaine, nel nuovo corso delle manifestazione collaterale del Festival di Cannes che accoglie di tutto, volutamente e giustamente. Il regista di Ichi the Killer sarebbe stato bollato come una scheggia impazzita fino a poco tempo fa. Presentando il suo Yakuza Apocalypse: The Great War of the Underworld Miike si è presentato, in un video introduttivo, vestito da geisha. Basterebbe questo a giustificare la serata alla Quinzaine, ma ovviamente le iperboli cinematografiche, il tono surreal-demenziale, marchi distintivi dell’autore, non sono mancati alla proiezione.
Se anni fa, nel cinema occidentale, un film come Dal tramonto all’alba, che si costruisce attorno al ribaltamento interno di genere virando dal film di rapina e fuga all’horror di vampiri, poteva suscitare stupore, non possiamo non rilevare come simili passaggi siano all’ordine del giorno per Miike, e anzi avvengono nei suoi film con grande spontaneità. In questo caso Yakuza Apocalypse comincia come un film ordinario di gangster, uno yakuza eiga, ma quando il boss Kamiura – interpretato da Riri Furanki attore sulla cresta dell’onda in Giappone, apparso anche in Nobi e Father and Son – continua a parlare dopo essere stato decapitato, rivelandosi così un demone vampiro, allora capiamo che tutti gli schemi sono ormai possibili, che ogni confine è infranto, che il mazzo di carte di Miike continuerà a essere rimescolato. Il vaso di Pandora è ormai aperto a personaggi e situazioni deliranti. Il racconto di una scena di necrofilia, riferimento a Visitor Q, ma la donna si rivela non essere morta, schiavi che fanno la maglia ai lavori forzati, personaggi con uno zaino a forma di bara, una donna kappa, versione femminile della creatura del folklore nipponico, citazioni da E.T. – L’extra-terrestre, uova cotte su una mano ustionata a mo’ di piastra, il sindacato internazionale del crimine. La strada è spianata quindi allapparizione della rana gigante, il terrorista più pericoloso del mondo, un pupazzone in stile Gabibbo, capace di ardite mosse di arti marziali nonostante l’apparente goffaggine.
Il meccanismo sotteso a questo film, è già stato usato spesso da Miike. Una sorta di progressione nell’assurdo, una sospensione dell’incredulità spinta all’estremo, un processo di accumulo crescente nella direzione dell’inverosimiglianza, tale da rendere possibile anche un finale apocalittico come quello di Dead or Alive. Una specie di matrioska all’incontrario, di personaggi che sviluppano in crescendo. In questo Miike si avvicina allo spirito autenticamente anarchico e surreale dei cartoon di Tex Avery e in particolare di King-Size Canary, con il canarino, il gatto e il cane che si ingigantiscono sempre di più. E così Yakuza Apocalypse non può che approdare al kaiju eiga, il film di mostri giganti.
Forse Miike alterna opere di grande portata, l’ultima è Over Your Dead Body, a film più assimilabili al divertissement, ma ovviamente la separazione tra le due cose è tutt’altro che netta. E rimane che la rana gigante che irrompe alla fine della proiezione, nella platea del Théâtre Croisette au JW Marriott, è stata un’esperienza davvero impagabile. La vena creativa di Miike appare una fonte inesauribile.

Giampiero Raganelli

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