The Assassin

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10.0 Awesome
  • voto 10

 Millenium wuxia

Dopo una lunghissima attesa, approda sulla Croisette in concorso, l’agognato The Assassin, incursione del regista taiwanese Hou Hsiao-hsien nel wuxia, il classico genere di cappa e spada cinese. Nonostante già molti autori, Ang Lee, Zhang Yimou, Wong Kar-wai, si siano cimentati in questo tipo di film, che sta vivendo una sua seconda giovinezza, per il cineasta taiwanese l’impresa faceva storcere il naso ai più. Quanto di più lontano in effetti il cinema del regista di Millenium Mambo dalle mirabolanti acrobazie degli spadaccini erranti del medioevo cinese. Sia da un punto di vista tematico – la filmografia del regista abbraccia la storia dolente più recente del paese, fino a raccontare la società attuale – ma soprattutto dal punto di vista della concezione cinematografica stessa. Il cinema di Hou Hsiao-hsien è fatto di long take di grande respiro, lunghi piani sequenza che prevedono una concezione del tempo cinematografico estesa, fatta di pieni e tanti vuoti, lunghe inquadrature di nuvole, bambini che giocano. Un cinema che è uno sguardo d’insieme sul mondo, che non indugia mai sui dettagli: più o meno non c’è un primo piano in tutta la sua filmografia. Il suo approccio è quello del montaggio interno, cosa che lo porterà, nella sua avventura francese di Le voyage du ballon rouge, a costruire un’opera sul film Il palloncino rosso di Albert Lamorisse, usato da Bazin proprio come esempio di montaggio interno. Il linguaggio dei wuxia, come codificato dai grandi autori degli anni sessanta, King Hu e Chang Cheh, si basa invece sul montaggio ipercinetico delle scene d’azione, costruite con la tecnica del constructive editing, la scomposizione dell’azione in diversi dettagli, che il pubblico deve assemblare mentalmente, modo per rendere credibili acrobazie e lievitazioni impossibili. Estetica che peraltro rimane anche dei wuxia contemporanei, che potrebbero risolvere il problema con gli effetti digitali. The Assassin, il risultato, è in effetti un qualcosa che non è nemmeno più un wuxia, non una decostruzione e nemmeno ovviamente una rievocazione, e che pure appare per molti versi anomalo come film di Hou Hsiao-hsien. I combattimenti sono pochi, e peraltro non portano necessariamente alla morte dell’avversario, vi è un uso del montaggio che però non contempla i dettagli, ma si gioca su cambi di prospettiva, angoli diversi delle figure comunque sempre intere. E in effetti Hou Hsiao-hsien, in conferenza stampa, ha raccontato di avere più che altro studiato i film giapponesi di samurai, più che i wuxia cinesi. Anomalo sicuramente il formato 1:33, per un regista che ha sempre sviluppato una visione ampia, in anamorfico, anche quando faceva i ‘musicarelli’ taiwanesi, all’inizio della sua carriera. Ma il suo sguardo d’insieme rimane, la sua visione del mondo con teleobiettivo, così come le sue inquadrature che sembra non abbiano un centro preciso. I cavalieri coperti da canne di bambù, l’albero in fiore in primo piano con le truppe a cavallo a rimanere sullo sfondo, le peonie in primo piano, i bambini che giocano a palla, richiamo al suo cinema così come al palloncino di Lamorisse, i muli dell’inizio, in bianco e nero, quasi un presagio da Au hasard Balthazar di Bresson. Ma anche momenti scenografici, come il combattimento in mezzo ai tronchi bianchi delle betulle. Qui siamo dalle parti dell’Hou Hsiao-hsien più calligrafico, quello di Flowers of Shangai e del primo episodio di Three Times.
Nel  raccontare vicende di corte della Cina Tang del nono secolo, Hou sembra in realtà interessato alla visione femminile, e la donna rappresenta proprio la convergenza dell’autore con il genere cui è approdato. L’unico che contempli eroine, la figura della xia nü, la fanciulla cavaliere errante, radiosa e di grande vitalità. A Hou in fin dei conti interessa fare un film di donne, dove predomini il punto di vista femminile. Che qui si incarna nella figura di Shu Qi, da anni ormai la musa ispiratrice del regista.

Giampiero Raganelli

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