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At the Sea

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VOTO: 5,5

Ricominciare

I rapporti interpersonali e, nello specifico, quelli familiari sono fin da tempo immemore una tematica piuttosto spinosa e complessa, con cui il cinema (e, più in generale, il mondo dell’arte) si è sempre volentieri confrontato. Stesso discorso vale per molti dei film presenti a questa 76esima edizione del Festival di Berlino, che di tale tematica hanno fatto praticamente la loro colonna portante, a volte riuscendo pienamente nei loro intenti, altre volte rivelandosi, invece, decisamente più “deboli”. Questo, purtroppo, è il caso del lungometraggio At the Sea, ultima fatica del regista ungherese Kornél Mundruczó, qui a Berlino in corsa per l’Orso d’Oro.
Con una sempre convincente Amy Adams nel ruolo della protagonista, dunque, At the Sea ci racconta le vicende di Laura, ex ballerina di danza classica e attualmente proprietaria di una prestigiosa accademia di danza. Dopo aver avuto un incidente in macchina a causa di un precedente abuso di alcol, la donna ha appena terminato un periodo di riabilitazione in un centro di recupero per alcolisti. Una volta tornata a casa, ella dovrà riprendere in mano la sua vita, il suo rapporto con suo marito (Murray Bartlett) e con i suoi due figli Josie (Chloe East) e Felix (Redding L. Munsell). Riuscirà la donna a trovare finalmente un proprio equilibrio?
Da una prima, sommaria lettura della sinossi, At the Sea ci sembra sì un lungometraggio classico nella sua impostazione iniziale, ma anche un lavoro dal grande potenziale. E, di fatto, di elementi che sembrano conferire al tutto un particolare appeal e una certa profondità ce ne sono eccome (basti pensare, ad esempio, allo stesso mare, già citato nel titolo e presso cui la protagonista vive insieme alla sua famiglia, o anche alla disciplina della danza in sé, a cui la nostra Laura ha dedicato praticamente tutta la sua vita e che ha sua volta appreso da suo padre).
Il problema principale di At the Sea, però, è il fatto di voler trattare tanti (troppi?) elementi tutti insieme, finendo inevitabilmente per girare a vuoto e presentando, spesso e volentieri, anche numerose forzature al proprio interno. Laura ha avuto problemi di alcolismo, come già menzionato. Dai numerosi (forse a volte eccessivamente ridondanti) flashback, capiamo che lo steso problema aveva causato a suo tempo la morte di suo padre (deceduto proprio a causa di un incidente di macchina). Traumi del passato, dunque, hanno le proprie conseguenze anche sul presente. Ma mentre vediamo la donna alle prese con il difficile rapporto con il marito e i figli, ecco che anche in questo caso repentini cambi di dinamiche finiscono per rendere il tutto eccessivamente forzato e poco credibile.
Ci ha regalato indubbiamente immagini incredibilmente poetiche, Kornél Mundruczó, con questo suo At the Sea. E ciò riguarda principalmente le numerose scene in riva al mare (con tanto di corsa di truffautiana memoria), così come variopinti aquiloni che volano in cielo in un caldo pomeriggio estivo o un intenso abbraccio tra madre e figlia. Eppure, di fatto, non possiamo non notare anche momenti involontariamente esilaranti (come quando nei flashback vediamo una Laura bambina bere alcol seguendo l’esempio di suo padre o come quando, mentre la stessa vede l’auto capovolta del genitore, numerose bottiglie di vino rotolano in rallenty sull’asfalto), che a causa del loro voler a tutti i costi “impressionare” lo spettatore finiscono irrimediabilmente per far perdere parecchi punti all’intero lavoro. Peccato. Soprattutto perché all’interno di un concorso come questo della Berlinale certe cadute di stile risultano decisamente fuori luogo.

Marina Pavido

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