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Vita mia

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VOTO: 5,5

Fantasmi dal passato

Edoardo Winspeare è nato in Austria, a Klagenfurt, ma fino ai 14 anni è cresciuto in Salento a Tricase, precisamente nella frazione di Depressa, dove poi ventottenne ha scelto di ritornare per viverci, mettere su famiglia e portare avanti la carriera di regista. Ed è per questo che il suo cinema è sempre stato legato e continuerà ad esserlo alla terra d’adozione, la cui anima Mediterranea è divenuta da subito fonte d’ispirazione per tutti i suoi film. Non fa eccezione nemmeno l’ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo Vita mia che, tra la première al Torino Film Festival 2025 e l’uscita nelle sale a partire dal 9 aprile 2026 con Draka Distribution, si è concessa un antipasto casalingo con la proiezione alla 17esima edizione del Bif&st.
Per il suo nuovo film, l’autore ha tratto ispirazione da un’esperienza personale, quella del rapporto che la madre, malata di Parkinson, ha sviluppato con una signora salentina che si è presa cura di lei. Da quel rapporto, passato da un iniziale sentimento di frustrazione e rabbia per il suo stato di salute, a uno di tenerezza quasi materna verso questa donna semplice, intelligente e molto buona, ha preso forma e sostanza narrativa e drammaturgica una storia di fantasia che, tuttavia, presenta molti punti in comune con quella reale, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente familiare, l’esperienza della malattia e il rapporto tra le due protagoniste. Queste note e analogie autobiografiche hanno permesso all’opera in questione di caricarsi di verità e di emozioni cangianti, ben veicolate dalle performance di Dominique Sanda e Celeste Casciaro, rispettivamente nei panni di Didi, nobile transilvana pugliese, e Vita, donna salentina di origine contadine e carattere deciso. Insomma, due donne quanto di più lontano si possa immaginare, ma dal cui incontro nascerà un’amicizia capace di cacciare i fantasmi del passato. All’inizio le divide tutto: abitudini, lingua, politica, l’idea stessa di dignità. Ma nella routine della cura i rituali aristocratici di Didi e la concretezza di Vita smettono di essere ostacoli e diventano terreno di scambio, rispetto e complicità. Il passato, tuttavia, non rimane in silenzio. Didi deve tornare in Transilvania per il processo di beatificazione del padre e, contro il parere dei figli, sceglie di affrontare il viaggio con Vita. Nella dimora di famiglia e tra parenti rimasti immobili nel tempo riaffiorano ferite legate alla guerra, al nazismo, alla Shoah e al peso di essere sopravvissuti. In questo confronto tra memoria privata e Storia europea, la presenza lucida e tenace di Vita aiuta Didi a dare un senso ai propri fantasmi e ad aprirsi a un’ultima, inattesa serenità.
Si tratta di una storia che affonda le sue radici nel Salento ma che guarda all’Europa, tra passato e presente. Sui due piani spazio-temporali si ramifica un racconto che tra lo ieri e l’oggi è ambientato in parte in Puglia e in parte in Ungheria, con la cinepresa di Winspeare che per l’occasione vola a migliaia di km di distanza per una trasferta che il suo cinema, salvo per l’esperienza documentaristica di Sotto il Celio Azzurro, non si era mai concesso. La lontananza, seppur parziale dalla comfort-zone dei confini pugliesi, giova a Winspeare in termini di rinnovamento, ma a conti fatti con Vita mia il baricentro resta il medesimo, ossia quel mix di tematiche a lui care dei legami, dell’appartenenza, dell’identità e della resilienza, su e intorno al quale la sua filmografia ruota e si sviluppa dai primi passi con Pizzicata sino ai più recenti di La vita in comune. Qui quello stesso baricentro alimenta un plot in cui la saga familiare e il period-drama si mescolano senza soluzione di continuità, sovrapponendo vicende private con la grande Storia attraverso un cambio di registri (anche quelli più leggeri chiamati a stemperare). Quest’ultimi consentono alla timeline di stratificarsi e di scorrere tra un piano e l’altro, ma non aiutano il regista nel momento vero di bisogno, ossia quando la tentazione di allungare il racconto e prolungarlo oltre le due ore è più forte delle reali esigenze narrative. L’eccessiva durata è il tallone d’Achille del film, con una reiterazione di situazioni fotocopia nella seconda parte che appesantiscono la visione, andando a incidere pesantemente sulla fruizione e sul giudizio finale.

Francesco Del Grosso

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