Visioni Differenti: Yellowbrickroad

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GoodbyeYellowbrickroad

E’ un disco di Elton John uscito nel 1973, ritenuto uno dei suoi migliori lavori, nonché universalmente riconosciuto come opera fondamentale nella storia della musica. Ne conosco una canzone perfino io, si tratta di Saturday night’s alright (for fighting): l’ho ascoltata nella colonna sonora di Fandango, e ricordo di essermi stupito quando, leggendo i credits, ho dovuto ammettere a me stesso di apprezzare una canzone di Elton John. Ho sinceramente temuto che Yellowbrickroad fosse un film ispirato a quel disco, o che comunque avesse spunti in comune. No, non ne ha nessuno. Il disco è una sorta di concept che cita nel titolo Il mago Di Oz, e che racconta la perdita dell’innocenza e il doloroso passaggio alla vita adulta. Nel film Yellowbrickroad, invece dell’innocenza, i protagonisti perdono altre cose, tipo una gamba e parecchie gocce di sangue, oltre che l’autocontrollo e gran parte della sanità mentale, perchè la strada dei mattoni gialli si rivela una strada verso l’ignoto. La vicenda è vagamente ispirata alla storia degli abitanti di un villaggio Inuit scomparsi nel nulla nel 1930, storia raccontata da Joe Labelle, un cacciatore di pelli che si recò sulle sponde del lago Angikuni per far visita ai suoi amici Inuit e ne constatò l’improvvisa scomparsa.
Jesse Holland ed Andy Mitton, qui alla loro prima regia, cercano e trovano nel New Hampshire una location che non sia mai stata location prima di allora, ed evitano di imboccare il pericoloso sentiero del found footage. La regia è senza infamia nè lode, e la coppia riesce nonostante il basso budget a dare una certa identità al film, vicina per sensazioni ambientali al cosiddetto “gotico rurale” americano, genere nel quale le suggestioni e la natura percepita come minaccia la fanno da padroni. Penso, tra le decine di titoli, a Jugface, o all’ottimo Resolution. O al romanzo La Festa Del Raccolto di Thomas Tryon. Yellowbrickroad cerca disperatamente di aggrapparsi ai nostri sensi, e in parte ci riesce, sopratutto con l’udito: l’uso ossessivo della musica di Elton John (sto scherzando, non sgranate gli occhi! In realtà si tratta di un terribile swing che risale all’epoca della sparizione collettiva, e che sembra provenire dagli alberi, dal vento o dalle colline) è fondamentale e azzeccato, salva praticamente mezzo film. Poi, vuoi per crisi creativa, vuoi per chissacosa, il film si perde dopo un twist grottesco e diventa un banalissimo body count, che va a terminare con un simpatico trucchetto citazionista che ha fatto incazzare mezzo web, e che personalmente ho trovato divertente.
Yellowbrickroad non è geniale, non è originale, e non sa quasi dove andare a parare, ma i due registi sono stati abbastanza furbi da guardare a modelli alti, come il Peter Weir di Picnic a Hanging Rock, e puntare sulla paura irrazionale, riuscendo in parte a camuffare la pochezza di senso, che si può riassumere con l’abusato “se c’è un mistero nel bosco, non ci entrare e lascia che resti un mistero”.

Dikotomiko

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