My Old Lady

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Segreti in (due) famiglie

Di certo My Old Lady un tempo sarebbe stato definito un film di attori. Kevin Kline, Maggie Smith e Kristin Scott Thomas si caricano sulle spalle il peso di questo lungometraggio facendolo arrivare a destinazione, ovvero il capolinea di un più che decoroso intrattenimento. Tuttavia, oltre a qualche stereotipo di troppo – l’americano senza arte né parte, l’anziana signora a custodire diversi segreti, sua figlia da lei dipendente in molteplici sensi – nonché uno svicolare programmatico da qualsiasi sviluppo troppo intriso di dramma, c’è qualcosa d’altro in questa pellicola di ambientazione parigina che parte come una commedia degli equivoci per approdare gradualmente a qualche verità tutt’altro che trascurabile a proposito dell’importanza del passato e la necessità del ricordo.
In fondo, come suggerisce anche il titolo, tutto in My Old Lady pare declinato alla fugacità del tempo che fu. Sia in ambito diegetico che fuori. Il regista, ad esempio, è un noto drammaturgo teatrale che esordisce nel cinema trasponendo una sua pièce alla veneranda età di settantacinque anni. Lo stesso Kevin Kline veleggia verso i settanta, mentre la grande Maggie Smith di anni ne ha ottanta ma nel film ne dichiara la bellezza di novantadue, come a ribadire che l’anagrafe è sempre una faccenda estremamente relativa. Infatti My Old Lady ha il grande merito di non apparire imbalsamato al pari di un’esposizione da museo delle cere; al contrario lo sguardo rivolto al passato è funzionale al presente e, perché no, al futuro. Poiché solamente riconoscendo il proprio vissuto è forse possibile superare le barriere di diffidenza reciproca e stabilire una qualsiasi forma di rapporto. Così, quella che sembrava a prima vista una storia più o meno divertente sui conflitti generazionali tra l’uomo spiantato di mezza età arrivato a Parigi con l’obiettivo di vendere l’appartamento ereditato dal padre e trovato occupato, a titolo di vitalizio, dalla vecchia signora del titolo, diviene una sorta di parabola dolceamara dalla dimensione universale su quanto il nostro vissuto influisca su cosa siamo ora, e sulle persone che diventeremo. Perché per cambiare c’è sempre tempo, almeno fino a quando si è in grado di respirare. E ogni cosa, in My Old Lady, racconta di corsi e ricorsi, di un tempo inafferrabile che è impossibile fermare ma di cui si può fare buon uso se le circostanze lo consentono.
Un plauso dunque alle interpretazioni di Kevin Kline, il quale sfiora il sublime quando canta – ovviamente in italiano: come si regolerà il doppiaggio? Ricorrerà allo spagnolo come nel cult Un pesce di nome Wanda (1988)? – con una sconosciuta in riva alla Senna un’aria del Don Giovanni mozartiano; meno quando si attacca alla bottiglia, ma è un’ovvietà di sceneggiatura, per dimostrare tutto il proprio disagio esistenziale. Elogio incondizionato all’anziana leonessa Maggie Smith, nell’occasione in un ruolo mai sopra le righe che simbolizza la saggezza di chi ha vissuto e ragionato su ciò che ha visto; mentre Kristin Scott Thomas, mirabile attrice camaleontica, incarna l’essenza di una donna con nessuna intenzione di arrendersi alla comparsa delle prime rughe visibili. E tuttavia il senso ultimo di My Old Lady, come in qualunque storia raccontata che si rispetti, va cercato altrove, anche nei dettagli che ci parlano di una crisi economica che vede speculatori in agguato come falchi sui tesori del passato di coloro che non possono più mantenerli, di personaggi secondari (sempre inimitabile Dominique Pinon!) che per necessità o virtù si adattano ben volentieri a vivere su un barcone ormeggiato in riva alla Senna e infine delle vecchie e care foto in bianco e nero, le uniche capaci di svelare quelle schegge di memoria che andranno a formare il mosaico di un passato tanto foriero di sorprese almeno quanto lo sarà il futuro. Ma forse è solo una questione di abbandonarsi al flusso della vita, non cercando a tutti i costi un senso che potrebbe magari palesarsi in qualsiasi momento successivo.
Ce lo suggerisce nell’orecchio un piccolo film di origine teatrale, senza alcuna pretesa di lezione morale. Ed è forse questo il suo pregio più evidente.

Daniele De Angelis

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