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Virus: 32

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VOTO: 8,5

Questione di secondi

Al giorno d’oggi realizzare uno zombie movie è impresa ardua, ma non tanto dal punto di vista produttivo, bensì da quello dell’originalità, poiché dall’alba del filone in questione appartenente alla famiglia allargata del fanta-horror se ne sono realizzati a migliaia, ad ogni latitudine, per tutte le tasche e soprattutto in tutte le salse possibili e immaginabili. Non c’è forma, veste o contaminazione che non lo abbia toccato e accompagnato durante l’evoluzione sul grande e piccolo schermo, alimentandone l’immaginario e facendolo restare al passo con i tempi. Motivo per cui muoversi e cercare uno spazio per farsi notare e dire qualcosa di nuovo all’interno di un filone particolarmente affollato come questo è impresa ardua. Ci è riuscito Gustavo Hernández che con il suo Virus: 32, fresco vincitore di un meritatissimo premio per la migliore regia alla prima edizione di Sognielettrici, ha saputo trovare dei piccoli ma ingegnosi cavilli in grado di offrire agli abituali e sempre più esigenti cultori della materia o semplici appassionati delle varianti sul tema.
Nel suo nuovo viaggio nell’orrore, il cineasta uruguaiano, specialista di un genere che ha già avuto modo di frequentare e omaggiare come regista e sceneggiatore di La casa muda e del suo remake a stelle e strisce, ci scaraventa senza se e senza ma al seguito di Iris, una madre single che lavora come guardiana notturna in uno sporting club abbandonato. Dal momento che non ha nessuno che possa prendersi cura della figlia Tata, la donna è costretta a portarsi dietro al lavoro la bambina di 8 anni. In apparenza non ci sono pericoli, con la madre fa il giro di perlustrazione può sorvegliare attraverso le telecamere del circuito chiuso la piccola mentre gioca indisturbata. Tutto procede in tranquillità sino a quando l’edificio viene attaccato da un’orda di zombi. Iris deve ritrovare la bambina e salvarla, mentre altri sopravvissuti si rifugiano nella struttura e minacciano la loro sopravvivenza.
Vi starete chiedendo giustamente in cosa si differenzia Virus: 32 dal resto delle pellicole appartenenti alla vastissima filmografia dedicata ai morti viventi, dato che la sinossi appena citata non registra e non presenta peculiarità evidenti e rilevanti. In effetti, il film di Hernández segue alla lettera schemi basilari e soprattutto stilemi ricorrenti nel suddetto genere, con i malcapitati di turno alle prese la difesa della propria incolumità minacciata da orde di infetti rabbiosi che si moltiplicano a vista d’occhio. La risposta risiede nel titolo e in particolare nella cifra numerica che riporta, ossia il 32. Tanti sono infatti i secondi di blackout che devono affrontare le fameliche creature per recuperare le forze dopo ogni attacco alla vittima designata, che sia un essere umano o un animale. È come se questi si spegnessero letteralmente per 32 secondi, una frazione di tempo che vuole dire vita o morte per le potenziali vittime e che costringe gli stessi a prendere rapidissime decisioni per darsela a gambe e sopravvivere. Una virgola, questa se volete, ma che fa differenza in quanto elemento narrativo e drammaturgico che, a memoria, non è mai stato presente in altri film di zombi. Questo ingrediente inedito rende la ricetta decisamente interessante al palato di coloro che da anni sono abituati sempre agli stessi gusti. Su di esso e con esso, il cineasta sudamericano, con la complicità in fase di scrittura di Juma Fodde, costruisce un meccanismo a orologeria scandito da cambi di ritmo improvvisi che alternano fasi di tensione latente a esplosioni di cinetica dove l’azione e l’adrenalina travolgono i personaggi e gli spettatori. Esemplificativo di questo modus operandi è la scena dello spogliatoio che conduce alla piscina.
Quella stessa scena, come molte altre spalmate sulla timeline (vedi la fuga nel corridoio verde o quella del parto), contengono un’altra cifra stilistica ed elemento di pregio del film, che lo differenzia e alza il livello di partecipazione del fruitore. Quel qualcosa è l’uso studiato, chirurgico e mai fine a stesso del piano sequenza. Hernández ne mette in sequenza una dozzina circa, disegnando delle coreografie di durata e ritmo variabile all’interno della topografia e della metratura di volta volta in volta a disposizione. Queste hanno non solo un indubbio valore estetico-formale e d’impatto visivo, ma sono funzionali al racconto, poiché costruiti su misura per la narrazione, al fine di sostenerla in fase di messa in quadro. Ciò rende Virus: 32 un accumulatore seriale di tensione che raggiunge in svariate occasioni la temperatura di ebollizione, attraverso l’uso sapiente del piano sequenza e al contributo di un gruppo di attori convincenti capitanato da Paula Silva che permette al dramma familiare di innestarsi nel tessuto principale senza sembrare un accessorio.

Francesco Del Grosso

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