Storie dal sottosuolo
Nell’immaginario collettivo il sottosuolo è solitamente percepito come luogo di paura e oscurità, mentre per pochi coraggiosi esso costituisce uno spazio di conoscenza e meraviglia. E sono alcuni di quei pochi, battezzati gli “astronauti degli inferi”, i protagonisti del documentario Underland che Rob Petit ha tratto dall’omonimo bestseller di Robert Macfarlane, presentato in concorso alla 29esima edizione del Festival CinemAmbiente dopo l’anteprima mondiale al Tribeca Film Festival 2025.
Il regista francese torna a collaborare con lo scrittore britannico (coautore del film), con il quale aveva realizzato in precedenza il pluridecorato cortometraggio Upstream, assecondando l’architettura a capitoli del romanzo del 2019, sei per l’esattezza, aprendo e chiudendo la timeline con la discesa e l’ascesa di figure accomunate dal desiderio di trovare meraviglia nei luoghi più improbabili del pianeta. Nel mezzo un palleggio insistito e meccanicamente ben congegnato, dal quale consigliamo di astenersi i claustofobici, tra le aree d’interesse raramente osservate dall’occhio umano situate tra Canada, Stati Uniti e Messico, che ci conduce al seguito di speleologi, esploratori urbani e scienziati nei loro viaggi attraverso antiche grotte sacre, canali di scolo allagati, ghiacciai in scioglimento, camere funerarie sommerse, fino a un laboratorio scientifico sotterraneo progettato per svelare i misteri dell’Universo.
L’opera letteraria prima e quella cinematografica poi conferiscono al sottoterra una dimensione mitologica più profonda che, specialmente nelle scene suggestive e magnetiche ambientate nelle miniere abbandonate e nelle grotte di Cenute, riportano la mente all’Herzog di Cave of Forgotten Dreams e Into the Inferno. Come nei documentari del cineasta tedesco, anche in quello di Petit prodotto da Darren Aronofsky, per il quale ci sono voluti quattro anni di lavorazione, convergono e si mescolano senza soluzione di continuità tre anime: lo splendore visivo, la dichiarazione ambientalista e l’indagine filosofica. Il risultato è un’esperienza audiovisiva immersiva, avvolgente e sensoriale che fonde immagini mozzafiato, un sound design performante di grande potenza e un’attenta esplorazione dei regni nascosti del nostro pianeta, con il chiaro intento di spingere lo spettatore di turno a riflettere sulle fragilità della vita. Underland in tal senso scava e si cala nel profondo delle viscere della Terra per dare la possibilità al fruitore di guardarsi dentro e rivedere la propria esistenza in superficie.
A guidarci in questo viaggio fisico e sensoriale la voce narrante affidata alla candidata all’Oscar Sandra Hüller, che fa suoi e interpreta passaggi chiave del romanzo di Macfarlane che hanno una stretta connessione con quanto scorre sullo schermo, creando un ulteriore piano di lettura cross-mediale. Il tutto accompagna e amplifica la gettata delle immagini ipnotiche e il ritmo contemplativo di un film che è in primis un’esperienza meditativa che mira da una parte a sfidare le percezioni e dall’altra ad ampliare la comprensione delle cose, dei luoghi e degli eventi. Il limite e tallone d’Achille stanno nel fatto che una volta esaurito, dopo meno di un’ora, l’effetto meraviglia e sorpresa dato dalla bellezza ammaliante della confezione, Underland tende a sedersi e ad appoggiarsi su di esso, diventando ridondante, convinto che sia sufficiente a mantenere a sé l’attenzione del fruitore per l’intera durata.
Francesco Del Grosso









