Un piccolo favore

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7.0 Awesome
  • voto 7

Un affare tra donne

Curioso regista, Paul Feig. Irresistibilmente attratto dall’universo femminile e l’ibridazione dei generi, con la commedia a fare sempre da primo spartito. Come accaduto in Corpi da reato (2013) o Spy (2015). Per questo Un piccolo favore risulta, se non proprio una bella sorpresa, certamente un lungometraggio che ha dell’inaspettato. Perché stavolta i vertiginosi momenti del puro meccanismo giallo sembrano addirittura prevalere sulle intenzioni, comunque visibili, di ironizzare sull’insieme. Come se L’amore bugiardo – Gone Girl (2014) di David Fincher incontrasse la satira di un John Waters depauperato della componente maggiormente trash. E tutto ciò, a maggior ragione per un’opera che si presenta in abiti mainstream, non può che rappresentare una bella onorificenza guadagnata.
La trama, solo da accennare per ovvi motivi, vede l’incontro tra due donne, la casalinga Stephanie Smothers e la manager Emily Nelson, accomunate dalla frequenza nella stessa classe scolastica della figliolanza. Dopo qualche incontro scatta la confidenza reciproca e le mamme divengono amiche. Sino a quando un giorno Emily chiede a Stephanie il piccolo favore del titolo: andare a prendere a scuola suo figlio a causa di problemi sul lavoro che la affliggono. Dopodiché scompare apparentemente nel nulla. Stephanie soprattutto e il marito di lei indagano. Fino a quando…
Tratto dal romanzo omonimo della scrittrice Darcey Bell – per l’appunto “A Simple Favor” – e sceneggiato da un’altra donna rispondente al nome di Jessica Sharzer, Un piccolo favore – presentato in anteprima italiana in concorso al Noir in Festival 2018 – segna, in tempi di #metoo, il trionfo del sesso debole su quello ipoteticamente forte, per l’occasione limitato a contorno sia pur attivo. La regia di Feig gioca disinvoltamente su stereotipi classici del noir: i due personaggi diversissimi per tipologia (Stephanie è interpretata dalla piccola, di statura, e mora Anna Kendrick, mentre Emily dalla bionda, iconica e slanciatissima Blake Lively) che si incontrano, si avvicinano e finiscono quasi con il sovrapporsi scambiandosi le parti in causa. Stephanie assaggia la vita nel lusso di Emily, mentre Emily si trasforma nella “donna invisibile” che era Stephanie prima di conoscerla. Un gioco metacinematografico, peraltro ulteriormente sottolineato dall’espediente narrativo del “vlog” (video blog) tenuto da Stephanie sul web, di non particolare originalità e raffinatezza ma di sicura funzionalità, ben supportato da due attrici entrambe in stato di grazia. Non mancano certamente, nel dipanarsi del plot, i colpi di scena che Feig dosa e gestisce con bravura. L’unico limite, se proprio se ne vuole trovare uno, risiede nella non imprevedibilità del tutto per coloro che hanno ormai le spalle parecchio cinema. Nonostante questo i ritratti femminili sono, come detto, ben centrati, le parentesi comiche, come ovvio virate al nero, si amalgamano dunque alla perfezione con l’impianto giallo e la morale sull’insaziabile ingordigia dell’essere umano continua ad essere medium drammaticamente attuale al fine di vivificare il cinema di genere.
Ad uscire vincitore quindi della metaforica contesa – oltre alle eccellenti Kendrick e Lively, per assistere alle quali performance si è assolutamente ripagati del prezzo del biglietto – è anche lo stesso Paul Feig, capace di mettersi alle spalle la mediocrità del reboot al femminile di Ghostbusters per lanciarsi senza paura in un’opera ibrida che intrattiene piacevolmente lasciando spazio a più di qualche riflessione morale. Un “favore” nemmeno tanto piccolo nei confronti tanto dei cinefili quanto degli spettatori occasionali, che troveranno pane per i loro denti.

Daniele De Angelis

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