Come John e Yoko
Dal suo folgorante lungometraggio d’esordio, 101 Reykjavík (2000), è ormai trascorso quasi un quarto di secolo. In tutti questi anni Baltasar Kormákur, regista che in precedenza aveva dimostrato di saperci fare anche a teatro, non soltanto si è rivelato un faro per quel panorama del cinema islandese già così effervescente di suo, ma non ha sfigurato del tutto nemmeno nelle produzioni internazionali per le quali più di recente è stato chiamato in causa: Everest (2015) e Resta con me (Adrift, 2018), in particolare, lo hanno visto districarsi con sufficiente ispirazione tra set impegnativi e budget decisamente più consistenti.
Eppure, nonostante lo scarso clamore suscitato al temine dell’estate dalla sua uscita italiana, un film come Touch (2024) non segna soltanto un provvidenziale “ritorno alle origini”, ma si propone come “summa” di una poetica invero profonda, ora urticante e ora umbratile e delicata, in cui l’attenzione per la sfera interiore dei personaggi si fonde mirabilmente con l’ambiente circostante, con il paesaggio.
Girato tra Islanda, Regno Unito e Giappone, sospeso tra il cupo presente del periodo pandemico e un passato inizialmente sbiadito che pare rifiorire nei ricordi, Touch si ispira direttamente a “Sotto la pioggia gentile”, romanzo di successo dello scrittore islandese Ólafur Jóhann Ólafsson, co-autore della sceneggiatura assieme allo stesso Kormákur.
L’intero plot gira attorno al sensibilissimo Kristófer, presenza assai carismatica sullo schermo sia da anziano quando ad interpretarlo è l’esperto Egill Ólafsson, sia nella versione giovanile affidata al figlio stesso del regista, Palmi Kormákur, fisiognomicamente parlando l’incrocio ideale tra un biondo guerriero vichingo e John Lennon. Vedremo più avanti quanto emblematica e rilevante sia una simile somiglianza…
Ad ogni modo Kristófer è un ristoratore di Reykjavík sulla settantina, preoccupato dalla demenza senile da poco diagnosticatagli (e conseguentemente dalla possibilità che certi ricordi svaniscano in breve tempo), il quale proprio quando mezzo mondo si appresta a barricarsi in casa, agli inizi dell’era Covid, si decide ad andare “controcorrente” (come scopriremo aver fatto per tutta la vita) muovendosi alla volta prima di Londra e poi del Giappone, così da ritrovare le tracce di un amore giovanile perduto: Miko, graziosa ed enigmatica figlia dell’energico gestore di un tradizionale ristorante nipponico, presso il quale quel ragazzone islandese aveva lavorato come lavapiatti, ai tempi della “swinging London”.
Si mettano l’animo in pace, i cinici: Touch è decisamente un film sentimentale. Con punte di struggimento e di malinconia che diventano ancor più ragguardevoli nell’ultimissima parte, quella ambientata in Giappone. Ma ciò non conduce mai verso la banalità, verso i colori pastello, verso la codificazione hollywoodiana di emozioni da soap opera.
Al contrario, sin dalla caratterizzazione dei personaggi prevale un tono naïf, all’occorrenza crepuscolare o traboccante di energie vitali, che vede ad esempio i due giovani protagonisti assomigliare incredibilmente a John Lennon e Yoko Ono. “The Ballad of John e Yoko”, in un certo senso. Nella vicinanza fisica ai modelli come pure nello spirito. Ma non è certo questo l’unico tocco di magia che il film presenta. Una regia ispiratissima e raffinata sa infatti isolare in ogni location un motivo d’interesse, siano tali ambienti i paesaggi delle diverse nazioni attraversate da Kristófer (laddove poche inquadrature sono sufficienti a identificare la maestosità della Natura islandese, le atmosfere vivaci della Londra anni ’60 o l’aura simbolica e mitica del monte Fuji) oppure interni carichi di memorie passate.
Fino a una scelta, in sceneggiatura, assai rischiosa ma a nostro avviso perfettamente risolta, vincente: riecheggiare sommessamente un capolavoro come quello di Alain Resnais, Hiroshima mon amour, attraverso la triste storia della famiglia di Miko: sono detti infatti Hibakusha (被爆者) quelli come loro, sopravvissuti all’atomica a Hiroshima o a Nagasaki con tutto il carico di sofferenze fisiche e disperazione interiore, dovuta anche alla strisciante ghettizzazione subita all’interno della società giapponese, di cui i superstiti si sarebbero fatti carico negli anni successivi a tale abominio.
Stefano Coccia









