Resta con me

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6.0 Awesome
  • voto 6

In mare aperto

Adrift – cioè “alla deriva” mentre il titolo italiano Resta con me punta tutto sull’aspetto melodrammatico di una vicenda realmente accaduta – è due film in uno, posti peraltro in stretta connessione l’uno con l’altro. Alla domanda più che lecita che si saranno posti molti sul perché un regista sempre in grado di fornire un’impronta personale ai suoi lavori come l’islandese Baltasar Kormákur abbia scelto quello che a prima vista poteva sembrare un ordinario filmetto sentimentale per adolescenti, la risposta è che Resta con me è, in prevalenza, un classico survivor-movie. Quindi pienamente nelle corde di chi ha portato sugli schermi, almeno nella sua carriera statunitense, storie estreme come Contraband (2012) e, soprattutto, Everest (2015). Ed è certamente quest’aspetto, nel raccontare la storia (vera) dei giovani e innamorati skipper Tami Oldham e Richard Sharp, naufraghi nella maestosità dell’oceano a seguito di furiosa tempesta tropicale, a funzionare meglio. A maggior ragione quando Kormákur e i suoi sceneggiatori – il film è tratto da un libro autobiografico scritto dalla stessa Tami Oldham Ashcroft con Susea McGearhart – rappresentano efficacemente uno scambio di ruoli tradizionali, con Tami ad assurgere al ruolo di guida nel rapporto di coppia e Richard completamente dipendente dalla giovane compagna. Tutto questo almeno fino al non imprevedibile twist finale (ovviamente da non rivelare), cui il film arriva dopo aver narrativamente strutturato il lungometraggio in modo assai convenzionale, secondo una ripartizione tra presente (il dopo tempesta) e continui flashback su ciò che è accaduto prima, cioè la conoscenza tra i due ragazzi e l’incarico di trasportare uno yacht da Tahiti fino alla California, fatto che li condurrà nel pieno di un uragano con tutte le conseguenze del caso.
Tutto bene, se non che la “fusione a freddo” tra due generi cinematografici così distanti tra loro non ha funzionato alla perfezione. Ed è palese come Kormákur sia inciampato proprio nella parte romantica del film, ovvero quella che, con tutta probabilità, gli interessava meno portare avanti. Troppe immagini esteticamente ricercate a mo’ di cartolina turistica, troppe melensaggini scontate nel ritrarre l’estasi dei due innamorati. E dialoghi al limite del ridicolo come quando l’anglo-sudafricano Richard dice all’americana Tami di “aver attraversato il mondo per conoscerla“. Che poi il sentimento amoroso possa fungere da propellente per raggiungere una problematica sopravvivenza non è certo messaggio innovativo e/o originale, anche se bisogna ammettere che i due attori coinvolti – soprattutto l’ottima Shailene Woodley nei panni di Tami, piuttosto che il “nonosolobello” Sam Claflin in quelli di Richard – ce la mettono davvero tutta per rendere credibile una disavventura davvero al limite della resistenza umana, con oltre quaranta giorni di deriva in mare aperto.
Tirando allora le somme, Resta con me è un’opera che mantiene comunque ciò che promette: emozioni non di primissima mano indirizzate verso un pubblico giovane e poco “sgamato”, con altrettanto poco cinema visto alle spalle. E, ancora, una conferma di come la filmografia di Kormákur si sia ormai adagiata su binari di solida professionalità a stelle e strisce, senza quei guizzi vertiginosi che avevano caratterizzato i lungometraggi girati in patria tipo 101 Reykjavik (2000). Il processo di “normalizzazione” hollywoodiano – stavolta con lo zampino ed i soldini pure di Hong Kong – ha purtroppo colpito ancora una volta.

Daniele De Angelis

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