Tornare

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

Villa vista mare

Giovanna Mezzogiorno si ricongiunge, artisticamente parlando, alla regista Cristina Comencini a distanza di ben quattordici anni da La bestia nel cuore (2005). E non è una buona notizia. Soprattutto perché i due film, dal punto di vista concettuale, si somigliano parecchio, in maniera quasi imbarazzante. Tornare – opera che ha chiuso una quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma dalla qualità cinematografica complessiva a dir poco rivedibile – è ancora una storia di traumi del passato da superare, indicando nella reviviscenza proustiana l’unico mezzo per farlo. A voler essere sintetici si potrebbe parlare di psicologia spicciola, da reader’s digest. Invece s’intuisce che dietro Tornare c’è una certa ambizione latente, il desiderio di cercare una forma differente nel mettere in scena un dramma che possa appassionare e coinvolgere. Proprio il versante in cui il film della Comencini fallisce senza appello.
Anni ’90. Alice (una Mezzogiorno giustamente parecchio imbronciata), quarant’anni, torna a Napoli dopo trascorsi statunitensi a seguito della morte del padre. La suggestiva villa sul mare dove è cresciuta rompe ben presto l’argine a ricordi rimossi, mentre un misterioso uomo, Marc (Vincenzo Amato), il quale si è preso cura del padre sino agli ultimi istanti di vita, le fa, nemmeno troppo sotterraneamente, la corte. Appare chiaro come sia lui la chiave di volta del mistero.
Ecco. Cristina Comencini, nelle intenzioni, avrebbe voluto girare un classico mystery parapsicologico dove i segreti affiorano passo dopo passo. Peccato che alle intenzioni non corrispondano né una sceneggiatura accettabile né, tantomeno, una regia degna di avvicinare i classici di genere del passato. Dai flashback iniziali, di per sé assai poco promettenti, la Comencini si prende direttamente il rischio di mettere in scena (anche) contemporaneamente l’Alice una e trina, cioè la sua versione adulta, quella giovane e quella bambina. Non bastasse tutto ciò le fa persino interagire, attraverso situazioni e dialoghi assai poco verosimili, interrogandole sull’impossibilità di non commettere gli errori del passato, sia esso più prossimo o remoto. L’effetto risulta didascalico oltre ogni limite, trasformando Tornare in una sorta di feuilleton dall’estetica semi-televisiva. Il fantasma di Ingmar Bergman viene ripetutamente evocato senza preoccuparsi di dare sia la necessaria profondità ai personaggi che l’auspicata fluidità alla narrazione. Tutto scorre, appunto, alla lentezza di una qualsiasi fiction da tv generalista, scontata quanto basta da annoiare per quasi tutta la sua durata. E il fatto di sottolineare, in maniera persino esagerata, la bellezza indubbia delle locations – quelle sì di una fascinazione da lasciare senza fiato – presuppone la sgradevole sensazione di un tentativo inutile di cucire un numero imprecisato di toppe alle purtroppo svariate pecche del film, dalla recitazione disomogenea ad uno script – della stessa regista con Giulia Calenda – così freddo da allontanare anche il più ben disposto tra gli spettatori.
Ci troviamo, insomma, dalle parti di un irritante polpettone con pretese autoriali, che la Comencini governa a stento fino alla scontata rivelazione finale: una violenza sessuale subita (vi lasciamo indovinare da chi…) dalla protagonista a diciotto anni e completamente rimossa, almeno fino al ritorno a casa, dalla memoria della donna come solamente nei film screziati di furbizia può accadere. Il tutto, tra l’altro, permeato di un moralismo di fondo contro le frivolezze giovanili che davvero non giova alla causa.
Tutte caratteristiche che fanno di Tornare un lungometraggio piatto e privo di quelle vertigini mentali indispensabili a renderlo opera degna di venire ricordata. Quasi un paradigma perfetto, non solo di gran parte del cinema della Comencini, ma pure di questa (molto presunta) Festa del Cinema edizione 2019.

Daniele De Angelis

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