Tormentero

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

La natura ci osserva

Capita che durante festival cinematografici ci si imbatta in lavori di alto valore artistico, ma che, purtroppo, sembrano destinati a finire nel dimenticatoio collettivo al termine delle manifestazioni durante le quali sono stati presentati. Colpa, a volte, di una cinematografia poco conosciuta e poco seguita nel nostro paese, colpa del regista, talvolta sconosciuto ai più, così come del cast. Fatto sta che di lungometraggi del genere ce n’è tanti e tanti, molti dei quali si rivelano, in realtà, delle vere e proprie chicche all’interno del panorama cinematografico contemporaneo e, di conseguenza, meriterebbero anche una maggiore attenzione, sia da parte del pubblico che della critica. Una delle cinematografie, ad esempio, capace di regalarci spesso interessanti sorprese è quella sudamericana. Fatta eccezione per i grandi nomi conosciuti anche al di fuori dei confini nazionali, infatti, vi sono molti promettenti cineasti che, oltre ad aver dimostrato più volte di avere grande padronanza del mezzo cinematografico, tendono anche a sperimentare – spesso con ottimi risultati – nuovi linguaggi, a trovare sempre nuove strade per mettere in scena una storia. Uno di questi autori che sembra aver trovato una chiave interessante nel raccontare per immagini è, ad esempio, il giovane cineasta messicano Rubén Imaz, che, durante la dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, ha presentato in anteprima il suo ultimo lavoro: Tormentero.
La storia presentataci è quella di Romero, anziano pescatore in pensione che vive in un piccolo paesino marittimo insieme ai tre figli e che, dopo aver scoperto anni prima un giacimento di petrolio all’interno del suo villaggio, è stato abbandonato da amici e vicini e si sente terribilmente in colpa per i danni che la natura stessa ha dovuto subire in seguito alla sua scoperta.
Ed è proprio la natura, dunque, che ci viene presentata fin dall’inizio alla stregua di un personaggio a tutti gli effetti, dotato non solo di vita propria, ma anche di un’incredibile forza, capace di punire e consolare allo stesso tempo, madre amorevole, spietata carnefice verso chi osa maltrattarla e, purtroppo, anche vittima indifesa degli uomini privi di scrupoli. È fin dai primi minuti, dunque, che vediamo un mare inizialmente calmo, il petrolio che pian piano va a macchiare le acque ed una foresta che, di notte e con un forte temporale in corso, ci appare piuttosto minacciosa. Questi primi fotogrammi ci fanno pensare, in un primo momento, addirittura a Il pianeta azzurro di Franco Piavoli, per poi lasciare il posto ad una narrazione inizialmente più classica che, ben presto, si sdoppia in due livelli paralleli: il reale ed il fantastico, la normale quotidianità che si contrappone ad elementi spirituali e quasi magici (cosa che ai sudamericani viene da sempre piuttosto bene), ricordandoci, a tratti, quasi i film del cineasta thailandese Apichatpong Weerasethakul.
E così, pregnante di forte simbolismo (particolarmente d’impatto, a tal proposito, l’immagine della donna nel bosco che da giovane si ritrova, dopo aver subito delle violenze, immediatamente vecchia), con un andamento giustificatamente lento e contemplativo, questo lungometraggio di Imaz porta avanti l’attualissimo tema dell’ecologia e della salvaguardia dell’ambiente, dando vita ad un piccolo gioiello, semplice e allo stesso tempo complesso, con uno stile tutto suo, che riesce a contaminare vari generi, ma che, abilmente, sa come evitare ogni pericolosa retorica.
Al di là del grande valore artistico del prodotto in sé, al di là dell’importanza del tema trattato, a questo punto alcune domande sorgono spontanee: per quale motivo si può vedere lungometraggi del genere solo nell’ambito di festival internazionali? Perché, almeno in Italia, si ha tanta paura di proporre al grande pubblico lavori così singolari? Su tali questioni si potrebbe discutere per ore. Il problema, però, è che, come al solito, si finirà solo per parlarsi addosso.

Marina Pavido

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