The Vanishing – Il mistero del faro

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Non aprite quel baule

Gli amanti dei casi irrisolti avranno sicuramente sentito parlare delle , un gruppo di sette grandi scogli (da qui il nome di “Seven Hunters”) facenti parte dell’arcipelago delle Isole Ebridi esterne della Scozia, situate nell’Oceano Atlantico a circa 32 km ad ovest dell’Isola di Lewis. Prendono il loro nome da San Flannan, un abate e predicatore irlandese del settimo secolo che nel 1600 decise di ritirarsi in solitudine in quelle terre diventandone così l’unico abitante. Il religioso fece costruire una modesta Cappella dove dimorò e morì una decina di anni dopo. In questa zona il mare spesso si ingrossa e rende particolarmente difficile l’attraversamento delle navi per cui moltissime imbarcazioni che navigavano in quel tratto, a causa della forte corrente, finivano per schiantarsi contro gli scogli, provocando la morte dei marinai a bordo. Per evitare altre vittime nel 1895 venne deciso di costruire sull’isolotto più grande, l’Eilean Mor, un faro per segnalare la loro presenza e per dare un punto di riferimento alle navi di passaggio, entrato effettivamente in funzione il 7 dicembre del 1899. Dalla Società Northern Lighthouses Board vennero reclutati quattro esperti uomini di mare per custodire e presidiare il faro. L’accordo tra la società e i guardiani prevedeva che ci fossero sempre almeno tre di loro fissi in loco, così venne organizzata un’apposita turnazione. E fin qui nulla di particolare da segnalare, almeno sino a quel maledetto 15 dicembre del 1900, un giorno che i custodi di turno (James Ducat, Thomas Marshall e Donald McArthur) non potranno mai dimenticare e soprattutto raccontare. Il perché è tristemente noto alle pagine nere della Storia, ma nonostante sia trascorso un secolo e passa nessuno è stato in grado di trovare risposte esaurienti su quanto realmente accadde quel giorno che vide svanire nel nulla i tre uomini.
A provarci la Settima Arte con The Vanishing – Il mistero del faro di Kristoffer Nyholm, nelle sale nostrane a partire dal 28 febbraio con Notorious distribuzione, che proprio su quei tristi e irrisolti eventi, ma soprattutto sul destino dei suoi protagonisti, prova a fare luce. Nonostante gli sforzi profusi nelle ricerche e nelle indagini nessuna verità è mai venuta a galla, per cui anche se si tratta di una storia realmente accaduta sul tutto continua ad aleggiare un’aurea leggendaria. Ed è su di essa e su quelle pochissime tracce emerse nei decenni che gli autori dello script della pellicola, Joe Bone e Celyn Jones, si sono appoggiati per dare forma e sostanza narrativa e drammaturgica al racconto. Siamo di fatto sul terreno accidentato e incerto della supposizione e del romanzato, ma le ipotesi avanzate nel film non sono poi così inverosimili da essere scartate a priori.
L’opera prima del cineasta danese, qui all’esordio sul grande schermo dopo un lungo sodalizio con Lars von Trier e la regia di pluripremiate serie tv come Taboo e The Killing, si apre sulle ore che precedono il successivo sbarco sull’isola. Lì i giorni scorrono e tutto prosegue con normalità fino a quando i tre non scoprono un baule pieno d’oro, portato sull’isola da un naufrago in fuga. Saranno costretti a uccidere dapprima per difendersi, poi per trattenere l’oro e infine continueranno a farlo accecati dall’odio e dalle paranoie, fino a quando rimarrà un solo sopravvissuto. Ma chi? Alla visione e non di certo a noi il compito di rivelarne l’identità.
Tuttavia, lo scopo principale del progetto non sembra tanto quello di rimettere i tasselli del puzzle della verità al posto giusto, piuttosto quello di usarli come fondamenta per costruire il classico thriller psicologico destinato a tingersi di rosso sangue. Per cui ci sentiamo di mettervi in guardia da un possibile fraintendimento: ciò che scorre sullo schermo è liberamente ispirato alla vicenda in questione e non va guardato come una ricostruzione più o meno fedele della verità, poiché quel poco che si sa e si è scoperto in merito non lo consente a causa della mancanza di testimoni oculari. E allora ecco che The Vanishing altro non è che un mistery scatologico che ha fatto della suddetta vicenda il pozzo dal quale attingere una storia e dei personaggi per costruire il plot di un film di genere. Un film dietro il quale c’è però un fondo di realismo e verità che va sottolineato, legato alla decisione dei produttori di ambientarlo nello scenario originale che ha fatto da cornice alla tragedia e con attori in gran parte scozzesi nei ruoli principali (Gerard Butler, Peter Mullan e Gary Lewis). Scelte, queste, a nostro avviso azzeccate e utilissime alla causa. Peccato che a conti fatti questi ingredienti servano solo a dare credibilità e verità alla messa in scena (restituisce un paradiso terrestre in una natura incontaminata che si trasforma in un inferno tanto claustrale quanto agorafobico) e al disegno dei personaggi (prima del consumarsi della tragedia, esplora in profondità le loro psiche, il lato oscuro che le abita e i fantasmi che le tormenta), non a dare solidità alla scrittura nella sua interezza. Quest’ultima è discontinua e incerta nel restituire il sali e scendi di tensione che è alla base di ogni thriller che si rispetti. Qui è l’incapacità degli autori e del regista stesso di gestire e fare implodere al momento giusto la tensione il problema a quanto pare insormontabile. Non è un caso che quando ciò avviene (vedi l’aggressione del naufrago o lo scontro fisico tra i tre guardiani e i due visitatori) gli ingranaggi funzionino meglio.

Francesco Del Grosso

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