The Tribe

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

(Dis)Educazione ucraina

Ci sono diversi modi per approcciarsi ad un film per molti versi unico come The Tribe, diretto dal quarantenne regista ucraino Miroslav Slaboshpitsky. Uno di questi potrebbe consistere nel tentare un’analisi socio-antropologica della pellicola, anche perché è l’opera stessa a richiedere a gran voce un’operazione di questo tipo, dato che affonda il bisturi nella rappresentazione delle miserie umane contemporanee senza edulcorazioni di sorta. Sulla scia di opere quali ad esempio il meritorio La polveriera di Goran Paskaljevic (1998), autentica disamina assai critica sulla violenza insita nel dna del popolo serbo; oppure l’ancor più bello 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu (2007), storia personale sullo sfondo di un paese, la Romania, in completo disfacimento morale, anche Plemya – titolo originale di The Tribe – si inserisce a pieno titolo nella lista di film che hanno avuto il coraggio di gettare uno sguardo più o meno profondo nell’oscurità lasciata in eredità dall’utopia comunista. E, osservata sotto questo punto di vista, la macchina cinematografica messa in moto da Slaboshpitsky non può che definirsi ben oliata, a maggior ragione poiché esamina un microcosmo a sé stante come il mondo dei sordomuti, dove almeno un barlume di solidarietà dovrebbe fungere da collante in una comunità contrassegnata da un pesante handicap fisico. Invece il regista ci illustra un racconto di inevitabile (de)formazione in un contesto del tutto rovesciato nei suoi più elementari valori. Il giovane Sergey arriva in un istituto per sordomuti. Ben presto si accorge che il branco al vertice della piramide gerarchica è dedito a traffici vari e prostituzione di alcune ragazze dell’istituto. Entra così nell’organizzazione, guadagnando rapidamente posizioni.
Il crudo realismo della situazione è descritto da Slaboshpitsky attraverso una prevalenza di inquadrature fisse che sembrano sempre attendere qualche secondo oltre la durata canonica, per cogliere un qualsiasi dettaglio che metta in luce i motivi di un’umanità del tutto smarrita in nome delle più basilari regole di sopravvivenza. Il freddo non è solo climatico, negli eterni inverni di Kiev, ma si insinua ben dentro l’anima di personaggi e, conseguentemente, degli spettatori. Lo squallore morale è così palpabile che persino il simulacro di sentimento provato da Sergey verso la giovane prostituta Anna non può che tramutarsi naturalmente in pulsione di odio reciproco, dando il via al tragico crescendo finale. Un escalation scioccante su cui aleggia un sospetto di calcolo (l’insostenibile sequenza del rudimentale aborto di Anna, l’epilogo degno di un horror a tutto tondo) atto a colpire le viscere dello spettatore ma che di certo non lascia indifferenti, soprattutto a causa della radicale scelta narrativa e linguistica che è a monte del film. Perché The Tribe è, infatti, un lungometraggio interamente girato nella lingua dei segni. Fattore quest’ultimo che comporta, almeno per coloro che non sono perfettamente a conoscenza di questa forma di espressione (la quale peraltro varia da paese a paese), una sorta di partecipazione attiva alla costruzione narrativa del film. Lo spettatore medio viene dunque risucchiato nella trama perché è lui stesso a dover compiere lo sforzo di interpretare, in qualche modo, i numerosi dialoghi tra i personaggi. L’altra chiave di lettura del film, perciò, non può che essere squisitamente teorica: The Tribe riconduce il (suo) cinema ad una dimensione primordiale in cui l’immagine deve obbligatoriamente raddoppiare la propria peculiarità foriera di significato. Aumentando nel contempo la percezione di verosimiglianza nello spettatore del tutto impossibilitato a mantenere le tradizionali distanze tra se stesso ed il film che sta guardando. Grazie a questo duplice binario – il cosa raccontato dal film e il come viene narrato – The Tribe assume una valenza universale che esula dal puro e semplice spaccato sociale, specificamente geografico, che mette in mostra: quando la lingua, a prescindere dalla pratica “insana” del doppiaggio, non rappresenta più un comodo rifugio di diversità, ecco che la chiamata in correo, se vogliamo definirla tale, non può che fatalmente compiersi. Sia a livello epidermico che culturale. Quando anche non strettamente ideologico, o persino filosofico perché va ad intaccare qualunque concezione personale si abbia a proposito del cosiddetto “vivere civile”.
Più che una recensione critica, comunque positiva, The Tribe meriterebbe un saggio improntato alla massima neutralità: anche per far scorrere quel lasso di tempo assolutamente necessario a far decantare quella sensazione di malessere che può accompagnare il singolo spettatore anche molto oltre la fine della visione.

Daniele De Angelis

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